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6 luglio 2010

Sicilia, o cara

Giuseppe Culicchia è nato a Torino. Ma suo nonno, no. Suo nonno è nato a Marsala. Lo chiamavano Pippino Piruzzo.
Giuseppe Culicchia ha scritto “Tutti giù per terra” ed è diventato famoso. Un caso letterario diventò. Un caso letterario, uno scrittore torinese. E' in libreria con “Sicilia, o cara” dove gli piace ripetere spesso ad inizio di ogni frase successiva l'incipit della precedente. E lo facciamo anche noi.
“Sicilia, o cara” non sarà un caso letterario. Per niente. I racconti raccolti nel libro potrebbero essere materia di un blog intimistico. L'autore scopre un po' sé stesso sfogliando l'album di famiglia. Torna indietro nel tempo, alla sua giovinezza, nello spazio, in Sicilia dove tutto ebbe inizio. A Marsala,Porto di Dio.
E' a Marsala dove Giuseppe Culicchia continua anche oggi a tornare. Attirato da quella che Manlio Sgalambro ha definito come la legge dell'appartenenza. Quel diritto che la Sicilia, come la Ionia di Eraclito ed Anassagora, esercita verso i suoi figli. Verso coloro che le appartengono.

I capitoli di “Sicilia, o cara” hanno titoli da manuale. Profumi, colori, alba, cena, dopocena. Immagini metafisiche e metatemporali. Quadretti che partendo dal contingente, dall'esperienza soggettiva, intima, familiare e personalissima di Giuseppe Culicchia sanno diventare universali. La vita, la morte, gli affetti, la comunione con gli altri e con la natura. Tutto è raccontato guardando lo stesso tramonto visto dal proprio padre trentanni prima.
I protagonisti delle storie, delle brevi ma coinvolgenti vicende familiari, finiscono quindi spesso per perdere la loro connotazione anagrafica confondendosi nella storia dell'isola e di Marsala che ha visto transitare Fenici, Cartaginesi, Romani, Arabi. Storie e personaggi mediati dal ricordo diventano mito e favole. La Sicilia è tutto questo. La Sicilia non esiste!
Ecco perchè è così difficile da spiegare. Ecco perchè Siciliano non lo puoi diventare. Puoi andarci tutti gli anni. Ti ci puoi sposare. Puoi comprarti la casa. Puoi leggere tutto Montalbano, il Gattopardo, Sciascia. Niente da fare. Rimarrai un corpo estraneo. Questo ovviamente non vuol dire che la Sicilia non sia accogliente. Anzi, guai a demitizzare il più famoso dei luoghi comuni. La Sicilia, è ovvio, accoglie tutto e tutti. Anche la colecisti lo fa. Ma dopo un certo tempo, anche se non senza grande dolore espellerà il corpo estraneo.
Il libro alterna capitoli suggestivi ed emozionanti a capitoli mal congegnati. Ad esempio, è troppo breve per essere bello il capitolo in cui l'autore racconta il suo viaggio in macchina dal Brennero in Sicilia. Ricorda Rumiz ma è troppo sintetico per essere suggestivo, troppo lungo per essere un semplice capitolo di collegamento. Quasi stucchevole quando è troppo caricaturale. Certo la Sicilia lo è. Ma non è eccessivo un capitolo per descrivere l'abbondanza di cibo in occasione delle cene in cui, ospite a Marsala non riusciva a schermirsi di fronte alla bonaria e straripante invadenza pantagruelica degli amici Marsalesi?
Il registro cambia quando quello che residua sulla carta è la saliva che ti rimane in bocca quando sei commosso. Quando ti si sono stretti pancia, cuore e non riesci neanche a deglutire. Sono gli occhi di Giuseppe Culicchia giovanissimo che per la prima volta va in Sicilia. Col padre che l'aveva lasciata subito dopo la guerra per cercare fortuna come barbiere a Torino. Mentre gli occhi di Giuseppe guardano i colori della Sicilia che scorrono davanti: il Monte Pellegrino, l'isola di Mozia, le Egadi, gli occhi del padre bruciano davanti agli stessi colori come la punta della sigaretta che ha in bocca.
Diventa spassoso quando descrive le seconde case dei Marsalesi. Negli anni 70, 80 si era infatti diffusa anche a Marsala la moda di costruirsi una seconda casa: la cosidetta casa in campagna. Peccato che era sul mare anche questa come la prima. Anzi sulla spiaggia.
Il forestiero, invitato a cena, chissà le difficoltà a raccapezzarsi cercando in riva al mare  ciò che doveva essere in campagna.
Giuseppe Culicchia, siciliano per metà, lo diventa per intero qui: - Mio padre era morto da 6 anni. Insieme con Nuzzo facemmo a piedi un pezzo del Cassero proprio come lui e mio padre avevano fatto infinite volte in gioventù -. - “Mi sembra ieri che eravamo ragazzi” - mi disse. “Ho quasi smesso di andare al mare e tra poco smetterò completamente. Spero che quando non sarò più in grado di guidare, qualcuno mi porterà in macchina a vederlo” .
Prima di partire da Marsala quell'anno andai a pranzo da lui (Nuzzo). C'erano sua moglie Pina e Marilena. Il medico gli aveva ordinato di smettere di fumare e seguiva una dieta rigida. Mi raccontò ancora una volta vecchie storie di famiglia, di mio padre, di mio nonno (Pippino Piruzzo). Poi al momento dei saluti si eclissò. Sentiva che non ci saremmo più rivisti.  Ecco.

Chiamatela omertà la lingua che non capite.


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permalink | inviato da aronne il 6/7/2010 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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