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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



1 novembre 2010

I Piemontesi ed il brigantaggio


Dopo l’esecrabile uso della TV, in particolar modo di Rai 3 ad opera di Sergio Marchionne, AD di Fiat Group, oggi, cioè ieri, domenica 31 Ottobre, Lucia Annunziata, sempre su Rai 3, nel suo spazio di approfondimento domenicale “In Mezzora” ha avuto come ospiti un cospicuo numero di operai Fiat. Provenienti da tutti gli stabilimenti del gruppo. Gli operai rappresentanti lo stabilimento di Termini Imerese, in Sicilia, erano in collegamento. Del resto loro sono già più di là che di qua. Il 31 Dicembre 2011 è infatti prevista la chiusura dello stabilimento di Termini da parte di Fiat. E quindi non valeva la pena di farli stare con gli altri. Termini a parte, per mezzora, par condicio è stata fatta. E’ una buona notizia.

Veniamo al merito della replica dei lavoratori. La replica si può riassumere in 4 punti. Innanzitutto ai lavoratori di tutti gli stabilimenti Fiat da Mirafiori a Cassino, da Pomigliano a Termini Imerese, sta a cuore affermare che nei propri stabilimenti non vige l’anarchia come invece aveva sostenuto una settimana prima l’Amministratore Delegato del Gruppo. Non ci troviamo di fronte a stabilimenti fuori controllo. Il tasso di assenteismo, sostengono i lavoratori, è contenuto intorno al 4-5 % ed è omogeneo in tutti gli stabilimenti da Nord a Sud.

Secondo: i lavoratori, numeri alla mano, dimostrando di essere capaci di maneggiare, non solo frese o torni, ma anche qualche calcolatrice, spiegano come, sul costo diretto totale per unità prodotta, il costo del lavoro rappresenti solo il 10 %. A dimostrazione del fatto che un risparmio sui costi del personale non può permettere un radicale miglioramento delle performance di esercizio dell’azienda. La marginalità dipende dalla capacità del management e della rete vendita. Occorre vendere più autovetture ed a prezzi più elevati. Occorre una strategia che preveda novità. Tecnologiche e di prodotto. Altrimenti è solo una corsa al massacro, in una spirale di controllo e riduzione dei costi.

Molti lavoratori presenti in studio hanno rimarcato quindi l’importanza del ruolo della politica. Però assente. Di cui si lamenta la scarsa autorevolezza nel fare da cerniera in un momento così delicato. Dalla quale ci si attende, sul medio e lungo termine, indicazioni di rotta rispetto alla politica industriale del paese per la mobilità: auto, trasporto pubblico, logistica portuale e ferroviaria.

Gli operai e, purtroppo, solo una parte dell’opinione pubblica impegnata segnalano infine un dato preoccupante. La deriva che la presenza di Marchionne a Chetempochefa ha solo reso palesemente manifesta. La deriva di una comunicazione da parte della classe dominante (politici, imprenditori, supermanager iperpagati) che induce l’opinione pubblica a costruirsi un’immagine distorta della realtà del mondo del lavoro ed in particolare del mondo del lavoro al Sud. Il lavoratore Fiat ha notato, con crescente preoccupazione, che sempre più largi strati della popolazione si trovano d’accordo con molte delle tesi esposte da Marchionne in un modo tanto populistico e demagogico quanto efficace da far passare l’equazione: assenteismo, improduttività = anarchia e indolenza. I lavoratori Fiat sono via via sempre più assimilabili a dipendenti pubblici. Protetti e riveriti. Situazione che diventa estrema al Sud.

Questa offensiva contro il lavoro e contro i lavoratori avrà un costo sociale e politico elevato. Si sta compattando un Sud fatto da popolo e lavoratori. Un terzo stato che, se rimane alternativo alla malavita organizzata, può dar vita ad un nuovo e moderno brigantaggio. Un brigantaggio positivo. Rivoluzionario.
I Piemontesi oggi non sono più i Garibaldi, i d’Azeglio che disse in pieno periodo pre-unificazione “la stessa fusione con I Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaioloso” , ma sono i Marchionne, i Cota. Molto più ignoranti dei loro antenati, molto più pagati. Molto più ricchi e potenti. Accumunati da proclami imprecisi, propagandistici che vanno alla pancia di strati medio e piccolo borghesi per legittimare le proprie scelte. Quelle che massimizzano il profitto di pochi in un orizzonte di corto, cortissimo periodo. Che è la logica del finanziere o del politico quando le liste sono bloccate.
E così Marchionne può dirsi metalmeccanico anche se veste solo un maglione blu e non la tuta dello stesso colore. Anche se siede nel Consiglio di Amministrazione della più importante banca d’affari del mondo. La svizzera UBS.
E così Cota, governatore della Regione Piemonte può sostenere una proposta secondo cui le prossime borse di studio assegnate dall’Edisu (ente diritto allo studio universitario) devono essere assegnate solo a studenti del Piemonte e non a studenti a stranieri. Tempi bui. Tant’é.


28 ottobre 2010

Notizie della settimana

Gentile Massimo Gramellini,

       Periodicamente mi piace mantenere vivo questo rapporto epistolare con Lei che gentilmente mi legge. Una sorta di pen pal friend con cui sfogarsi, specie quando l’attualità proprio conforto non ci da. Come forse le ho già detto, sono Siciliano. Ho studiato qui a Torino grazie alle borse di studio Edisu. Tessera mensa, posto letto, denaro. Dire che non avrei studiato senza quell’aiuto sarebbe falso. I miei genitori avrebbero venduto un rene pur di farmi studiare. Ma grazie all’Edisu ho potuto concedermi i libri di testo senza doverli fotocopiare. Ho potuto vivere decorosamente a Torino in anni in cui, prima delle Olimpiadi, non era così accogliente come adesso.

Ho visto cambiare il Politecnico, diventare internazionale grazie ai rettori che si sono succeduti, soprattutto grazie alla gestione Profumo. Il Politecnico di Torino oggi è tra i pochi atenei  che, malgrado i vizi atavici legati ai baronati universitari, riescono ad attirare tanti, tantissimi studenti di differente nazionalità. In Corso Castelfidardo oggi si vedono ragazzi coreani, africani, cinesi. Ragazzi non Piemontesi, tant’è, ma che numericamente garantiscono, in un periodo di “tagli” all’Università, che un luogo di formazione e di tecnologia possa continuare a svolgere il suo ruolo “liberamente” con quelle risorse che una scuola tecnica non può non avere.
Oggi, sono passati circa 10 anni da quando mi sono laureato, e sto pubblicare il mio primo libro. Sarà in libreria dal 10 Novembre. Si intitola Imprenditori d’Italia. Parlando con l’editore, un giovane trentenne, per inciso la casa editrice si chiama Edizioni della Sera, abbiamo convenuto che l’Italia non è certo il miglior paese dove pubblicare un libro. Come Lei saprà purtroppo in Italia si legge molto meno che in altri paesi. Sia dell’Est Europeo che in Germania o in Francia. Per rimanere nell’Europa più vicina a noi. Siamo al fondo di tutte le graduatorie che riguardano la cultura. E senza l’Italia Edizioni della Sera avrebbe venduto molto di più. L’editore avrebbe voluto essere ospite in una trasmissione, di quelle poche in cui si può parlare senza che si urli, per dire queste cose. Non l’hanno mai invitato.
Gli ho detto che non può stare a lamentarsi, in fondo l’editoria, anche la piccola editoria come la sua, prende da sempre aiuti di Stato. Anzi i libri che ha pubblicato ed il mio che sta per pubblicare senza quegli aiuti non sarebbero mai esistiti. Mi è sembrato convenire.

In fondo non tutto è fermo in questo paese. Ci sono dei giovani che si danno tanto da fare. Come Lei mi disse una volta in risposta ad uno dei miei soliti sfoghi, in fondo al tunnel c’è sempre la luce. Spero solo che non sia verde, ma rossa!

                                                                 Con la consueta simpatia e stima,


25 ottobre 2010

Marchionne legge le riviste di bordo

Ditemi a che cosa è servito intervistare Sergio Marchionne a CHETEMPOCHEFA. Ammesso che ci fosse un obiettivo diverso da quello, ovvio, di incrementare ascolti ed interesse rispetto al programma. Di incrementare l’attenzione del pubblico verso il conduttore messo in discussione dall’Azienda, la RAI in concomitanza con la messa in onda del programma con Roberto Saviano.
Qui, su Aronne, non abbiamo dubbi. Del resto è proprio Fazio a condurci in questa direzione quando chiede a Marchionne: “Come mai ha deciso di accettare questa intervista, al di là del buon nome della trasmissione e del prestigio, che non ha, del conduttore?” La solita arietta da primo della classe che dissimula insicurezza, che chiede e che vuole continuamente conforto dall’interlocutore di turno. Meglio se uno del potente establishment o se straniero. La sensazione è che Fazio abbia già in tasca qualche promessa con qualche altra rete (la 7).
Ma torniamo a Marchionne. Ed alla intervista di ieri sera. Quasi non commentabile. Scopriamo che Marchionne è laureato in Filosofia e che non è l’unica laurea. Da come parla è evidente che la sua cultura in senso lato, quella che esula da bilanci e consigli di amministrazione, da tavoli con le parti sociali e giochi di potere tra grandi metalmeccanici, è quella delle riviste delle Compagnie aeree. Ed infatti parla mezzo inglese e mezzo italiano. Evidentemente perché non si accorge che non deve proseguire nella lettura colonna dopo colonna in quelle riviste lì, ad esempio su Ulisse la rivista dell’Alitalia su di una facciata è riportato l’articolo in Italiano mentre in quella successiva la traduzione in inglese.
L’eloquio è stentato e le domande, che Fazio sembra più costretto che intenzionato a fare, permettono a Marchionne di dire quello che il suo establishment vuole che tutti sappiano: “l’Azienda Fiat farebbe meglio senza gli stabilimenti in Italia”. Farebbe maggiori utili. E' la risposta dell’establishment ai Santoro di turno, a coloro che stanno mandando avanti una campagna a difesa del lavoro, degli operai, e delle regole che bisogna darsi per gestire le rilocalizzazioni. Crea un certo imbarazzo vedere Marchionne che se la ride con Luciana Littizzetto e con Fabio Fazio, coppia rigorosamente di sinistra che ammiccano col “padrone”, meglio con l’emissario del “padrone”, proprio nel giorno in cui viene sancito un preciso ricatto: “O così, alle nostre condizioni oppure andiamo via dall’Italia”.
Marchionne e quindi la Fiat si smarca da tutto e tutti e detta le regole del nuovo capitalismo. Passa sopra ed avanti a Confindustria, parti sociali, Governo. Facendo intendere chi veramente comanda in questo paese. E decide di farlo in una delle trasmissioni più “comuniste” della televisione Italiana. Fazio non fa nulla per mettere in difficoltà l’AD del Lingotto. Nessuna domanda scomoda o polemica. Irriverente. Non mette a nudo le contraddizioni di un tale atteggiamento. Timidamente verso la fine abbozza una domanda sugli aiuti pubblici che la Fiat ha ricevuto negli anni al punto da poter essere considerata pubblica. Marchionne si svincola dalla domanda che ovviamente si riferiva agli anni 70, dicendo che è vero che la Fiat prenderà aiuti pubblici dagli USA per risanare la Chrysler ma che il piano industriale prevede la restituzione del debito in un orizzonte temporale di medio termine. Come a dire lo Stato aiuta le imprese che però stanno sul mercato e quindi restituiscono i debiti che contraggono.
Fazio non incalza. Ad esempio facendo notare che per decenni in Italia nessun altra casa automobilistica poteva produrre auto nel segmento B.
Marchionne lamenta che l’Italia è al fondo delle classifiche per quanto riguarda la competitività e l’efficienza della produzione. Ma anche qui Fazio perde una buona occasione.  Avrebbe potuto far notare a Marchionne che forse questo è dipeso anche da come la Politica nostrana si è comportata proprio rispetto alla Fiat. Quando, ad esempio, non permetteva che altri costruttori di automobili venissero ad investire in Italia per lasciare campo libero alla casa Torinese.  Come accadde nell’ambito della trattativa su Pomigliano nei primi anni 80 quando la politica consegnò alla Fiat l’Alfa. Regalandogliela.

Marchionne ha scelto CHETEMPOCHEFA perché è troppo semplice rilasciare un’intervista così.  Senza quasi contraddittorio. Perché Fazio va bene con scrittori, con umoristi. A fare da spalla alla Littizetto. Ma non va bene per intervistare un industriale. Marchionne ha avuto Fazio. Non viceversa.
Ed a conferma di questo, basti dire che ieri pomeriggio, ore prima l’inizio della trasmissione, le prime pagine dei giornali allineati con l’establishment, (La Stampa, il Corriere della Sera),  avevano già titoloni sulle dichiarazioni di Marchionne. Perché andare da Fazio è stato solo il pretesto per dare voce su tutti i media al “padrone”. Fazio è stato lo sfondo per la fotografia che tutti gli altri hanno poi ripreso. Il potere qui da noi ha glamour, quindi non si prende indebitamente tre, quattro pagine dei giornali, in cui siede nei consigli di amministrazione, ma fa finta di partecipare alle logiche democratiche per cui un giornalista riprende un evento come tanti altri. Tant'é.

Qualche parere autorevole dalla rete

Phastidio.net, QUI
Franco Debenedetti, QUI




28 ottobre 2009

Intervista a Emma Dante

La drammaturga Palermitana aprirà la stagione della Scala. Prima che a fargli le domande sia Il solito Fazio Fabio ci ho pensato io.

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