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16 settembre 2010

Vedremo


10 novembre 2009

Bilico



La Gelmini è incinta. Partorirà in Primavera. Per fortuna per quella data, si spera, non dovrà conciliare l'attività di mamma con quella di Ministro...


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permalink | inviato da aronne il 10/11/2009 alle 15:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 novembre 2008

Aggiungi un posto a tavola



Il bello del teatro è che specchia la vita più di quanto la vita si specchi in sé stessa. In un mondo in cui modelli di riferimento ce ne sono sempre meno, il teatro almeno ha il merito di ritrarci come siamo. Di essere qual prisma che ci permette di vedere, senza troppo sforzo, senza cambiare la prospettiva, anche i nostri angoli più nascosti. Rispetto ai quali siamo ciechi.

Il teatro, spesso statico, si muove con la forza delle passioni, di quegli istinti irrefrenabili dell'uomo che sono sanza tempo. E che ci tranquillizano sul fatto che l'umanità progredita, globalizzata, precaria e con l'i-pod non è poi tanto diversa a quella di tantissimi secoli fa. C'è sempre un Tito Andronico ed un Aronne. C'è sempre una Desdemona, un Otello ed uno Jago. Macbeth e la sua Lady. Il bello è brutto e il brutto è bello. Che volete. Fatevi pure un profilo su Facebook, ma anche nella più indolente e superficiale attività di relazione, saranno sempre denaro e sesso a darvi la spinta al click. E ci sarà sempre qualcuno che, subdolamente, conoscendo i vostri sentimenti, la vostra sensibilità, il vostro modo di reagire alle cose, agendo senza agire, vi indurrà a maturare consapevoli e per voi inique scelte. Tragedie piccole e grandi, intime, umane e universali.
F. ha dato le sue dimissioni. I tagli rendono la torta più piccola. E non ci sono alternative. O si fanno fette più piccole o si riducono i commensali. Problema di dividendi e divisori quindi. O di quozienti e resti. Quozienti già. E si sa che nel lavoro, al contrario della vita, non si lasciano i dolci ai più giovani, ghiotti di leccornie. Sono i più grandi, che sono già seduti al tavolo, ad approfittare. Non fanno complimenti. Anzi, sul finale di carriera, fanno anche poco jogging. Sarà perchè temono che lasciare il posto vuoto, beh non si mai... E poi perchè loro hanno già dato. E quindi si continuano a prendere il loro bel pezzo di torta, fanno poco moto, ingrassano e per aiutare la digestione comprano l'i-pod al figlio precario. Non hai la torta, ma vuoi mettere: puoi far vedere il pezzo di torta di papà o di mamma, con il tuo i-pod, a tutti i tuoi amici su Facebook?
E così dicevo F., al contrario di tanti suoi colleghi anagraficamente compatibili, decide di dare le dimissioni, di lasciare una sedia del tavolo imbandito a qualcun altro. Gli altri al tavolo a ridere, ridere. Che ridere. A qualcuno sarà anche venuto in mente di togliere la sedia completamente. Altri, indifferenti, sono lì a giocare con la forchetta. A fare i pezzi della propria torta piccolissimi. Tipico di quando sei pieno e non hai più fame. Bizantinamente costretto, svogliatamente, a portare al termine il tuo pasto superfluo. Così stanno, incuranti di ciò che gli accade intorno.
F. no. Come Macbeth, come Tito è giunto alla decisione alla fine di un travaglio intimo e personalissimo. Che queste righe non meritano di raccontare. In nome di una coerenza che non è di questo mondo ha deciso, rinunciando al priviliegio di un posto di lavoro a tempo indeterminato, di lasciare il proprio posto di lavoro anzi tempo, nella speranza che un giovane possa trovare spazio. Il proprio futuro.
Anche qui, in questa storia un Aronne, uno Jago. Che ha giocato le sue carte. Nella più classica banalità del male, senza un secondo fine. Senza un tornaconto. Solo per il gusto freddo di dismostrare a sé stessi di saper indirizzare il corso di un umano singolarissimo destino. Quello di F.


3 novembre 2008

Tom e la topolino



Dante Giacosa è un ingegnere. Laureato al Politecnico di Torino. Progettista FIAT. Alla corte di Giovanni Agnelli. Il padre di Gianni e Umberto. Militare, senatore, imprenditore, borghese, sabaudo e faudatario. Prosopografia necessaria. Atta a ribadire status, attributi, l'azione immobile del'autarca più importante dell'industria italiana del 900.
Atlantista, fordista ma non troppo. Le ricette di là dell'Oceano venivano poi cotte nel Barolo. Si prende quanto di buono arriva dall'esperienza industriale Americana ma si declina, si coniuga alla nostra maniera, rispettando la società, l'antropologia della vecchia Europa e le conventicole di qua da noi, in Italia. La grammatuca, i modi e i tempi rendono il nostro industrialismo un discorso fatto di pochi indicativi e pieno di subordinate. E subordinati. Dante Giacosa, beh, uno di questi. Bravo, certo. Come progettista. “Tutto preso dal mio lavoro, pensavo poco ai quattrini” - “Non mi occupavo degli sviluppi politici ed economici. Del mio lavoro mi occupavo e non pensavo ad altro.” Punto. Antropologia spicciola, o quasi. Spicciola, come spiccioli erano i quattrini che entravano nelle tasche degli ingegneri progettisti della più grande fabbrica italiana di automobili.
Dante Giacosa frequantava il Politecnico. Anche lì assorbito dallo studio, non aveva tempo di dedicarsi alla letteure dei quotidiani. “L'ignoranza degli avvenimenti faceva parte della loro spensieratezza”. Almeno dall'attualità si tenevano fuori per distendersi. Disimpegno dunque. Totale dagli affari che non fossero direttamente collegati allo studio. A cinematismi, a ruote dentate. Ad ingranaggi. E nell'ingranaggio scivolavi come preda di un automatismo.
Siamo negli anni 20. L'ingegnere, che di là dell'Oceano per Henry Ford è la più importante figura di intellettuale, qui in Italia è un soggetto isolato politicamente e socialmente. Studia e lavora. E' facile immaginare la risultante. Una brutta diagonale su di un parallelogramma sbilenco. Mentre Ford, nella pur contradditorie idee sull'industrialismo e sullo sviluppo e modernizzazione coerentemente poneva sul palmo della mano il ruolo dell'intellettuale ingegnere, qui da noi Agnelli preferiva tenerlo nel taschino. In grande considerazione nel momento della creazione della nuova autovettura. Ma non come interlocutore a tutto campo. La distanza che doveva separare l'imprenditore autarca piemontese e l'ingegnere progettista non era certo velocità per tempo. Andava aggiunto il fattore lignaggio correttivo.
E così Dante Giacosa, studente al Politecnico, non avrebbe scioperato contro la Gelmini. Si preparava a disegnare la Zero A, nome in codice della Topolino. Mentre in America stava per nascere Tom, il gatto che se la sarebbe mangiata.


31 ottobre 2008

la banalità della ricerca

Sulla scuola, l'università e la ricerca. Un'intervista. 


30 ottobre 2008

Giacchè si sciopera



Visto che gli studenti stanno scioperando, nel mentre potrebbero misurarsi in qualche lettura che con lucida ed oggettiva analisi inquadrano il problema. La protesta va bene. Ma bisogna sapere bene di cosa si parla. A quel punto con le frecce nella faretra, si può tendere l'arco.

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