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12 dicembre 2011

Parole e Personaggi: Geo-cinema



Tom Cruise sta girando il sequel di Top Gun. Sono passati venticinque anni dal primo, c’è stato l’11 Settembre, le guerre in Iraq ed in Afghanistan. La geopolitica al tempo del primo Maverick si combatteva nei cieli degli spazi aerei sul Pacifico, dove i guasconi Top Gun americani mostravano i bicipiti di Zio Sam in sella ad F14 armati fino ai denti. E finiva tutto lì, con un paio di comunicati delle reciproche Farnesine che si comportavano come secondi a bordo ring.

Oggi il sequel di Top Gun 1 è Wall Street 2. E lo hanno già fatto sebbene liofilizzando la geopolitica di interessi che preme su monete, borse ed affari. Il vero nemico ha la bandiera rossa e cinque stelle gialle e la portaerei che ha piazzato davanti alle coste dell’Occidente è la Banca Centrale che da anni ormai continua il suo assedio a colpi di currency swap.

Risolvere i problemi dei litigiosi Europei è possibile solo compattando le diplomazie occidentali, con in testa gli Stati Uniti, contro il nemico che minaccia tutti. Di mezzo ci sono però il petrolio e gli interessi in Africa. L'Europa che fa? Rimane sul ponte di allerta n°5?


  



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permalink | inviato da aronne il 12/12/2011 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 gennaio 2008

Leoni per Agnelli



3 conversazioni. Quella tra un senatore americano (Tom Cruise) ed una giornalista (Meryl Streep), “ex sessantottina” diremmo noi. Quella tra 2 giovani soldati americani Arion ed Ernest, un messicano ed un afroamericano. Quella tra un Prof. Universitario (Robert Redford) ed un suo allievo.
3 fusi orari, che identificano il quando delle azioni nei tre dove in cui si svolge il film. Come nelle tragedie greche. I tre fusi sanciscono la contemporaneità degli eventi che si succedono in orari differenti. Così come per le tre angolazioni sotto cui guardare al film che convergono in una sola chiave di lettura del contenuto.

C’è una guerra, quella preventiva, che gli Usa perseguono contro un nemico non ben identificato. Ci sono i buoni e i cattivi. Come sempre. Come da sempre nell’agiografia del cinema americano più o meno impegnato. I cattivi sono, alla bisogna, l’Iraq, l’Iran, l’Afghanistan. L’asse del male. Dall’11/9 in avanti l’America è legittimata in questa offensiva contro il terrorismo. C’è bisogno di vittorie, servono a garantire il consenso. A saldare l’unità della nazione ai voti del Congresso. L’America ha bisogno di continue chiamate alle armi per mantenere il suo “tenore di vita geopolitico”. Questo, quello che il senatore Irving ha da ribadire alla giornalista Janine Roth . Per questo la chiama, per fare e costruire consenso. Come contropartita le svela il nuovo piano per l’Afghanistan. Se in Iraq non si vince, ma si assiste allo stillicidio dei propri militari in una vittoria mai concretizzata fino in fondo, c’è bisogno di nuovi attacchi e di nuove vittorie. Ecco perchè un nuovo piano militare. Ecco perché l’Afghanistan. “Si conquistano le alture”, con “piccoli plotoni”.
Vittorie, consenso, voti, elezioni, Casa Bianca. La stampa deve smetterla di criticare la politica estera statunitense. “Abbiamo fatto entrambi errori”- dice Irving a Janine. Noi politici e voi media. Con la storia di Abu Ghraib avete indebolito l’America. 
E’ con l’America o contro l’America? – tuona Irving . Janine è una ex-contestatrice. Era un’attivista ai tempi de Vietnam. E’ consapevole che quello che le chiede Irving è mentire, è inchinarsi ad una superficiale fuga in avanti che, dietro la sicurezza nazionale, cela la logica di corto periodo del politico repubblicano di turno che deve aprirsi la strada verso Washington.  Janine fallisce. Ed ha fallito due volte.

Intanto in Afghanistan l’operazione militare è già scattata. La strategia delle alture e dei piccoli plotoni, fatta di intelligence, mostra sin dall’inizio i suoi scricchiolii. L’elicottero, che porta uno dei piccoli plotoni, viene colpito da una contraerea che l’intelligence dava per arrugginita. Ernest, il giovane messicano, rimane colpito e cade dall’elicottero. L’inseparabile amico Arion, afroamericano, decide di non abbandonarlo e prima che l’elicottero batta in ritirata, si lancia tra i ghiacci insidiosi. Sul ghiaccio afghano si consuma l’ultimo loro dialogo.
La forza degli USA è tutta qui. Non è il petrolio, né il dollaro. Né la Silicon Valley. E’ che due giovani, quelli dell’America dei ghetti, di quella America che offre poco, dove la vita umana conta pochissimo, preferiscono l’azione alla bizantina apatia. Esserci, combattere se necessario, piuttosto che lamentarsi e basta. La guerra come volontari, anziché indebitarsi per il Master in qualche prestigiosa scuola americana. Non è un peana dei tanti figli dell’America che perdono la vita al fronte. Ma un elogio dell’America delle differenze, della cultura dell’integrazione, dell’impegno, del fare. Un’America che, malgrado i tornaconti politici, gli interessi, la corruzione, le multinazionali, rimane il faro dell’Occidente. E non è solo questione da tabernacolo neocon: famiglia, patria, onore.
I due giovani cercano la loro emancipazione al fronte, nella missione che, in quel momento, sentono come la più importante. L’America è un paese imperialista come la Roma di Cesare. E loro sono due clienti. Occorre rischiare la propria vita e cercare il riscatto tra i ghiacci dell’Afghanistan come i gladiatori tra la polvere del Colosseo.
Quello che molti giovani dimenticano oggi, è che spesso si è clienti senza saperlo perché, in questa società, gli schiavi si preferisce averli legati ad un telecomando o ad un cellulare piuttosto che alle catene di uno scantinato. Ché lì non possono spendere.

Le conversazioni del film covergono. Il senatore Irving parla alla giornalista del piano militare che Arion ed Ernest stanno mettendo in pratica. Arion ed Ernest sono due giovani ex-allievi del Prof.Malley. Lo stesso che, nello stesso momento, sta cercando di scuotere la coscienza di uno di suoi allievi più promettenti. Studente che ha del potenziale ma che è fgiglio dell'America bene. Svogliato e apatico, è disinteressato verso l’attualità politica. Malley lo sprona a provare a cambiare le cose dall’interno.
Ma alla domanda più importante del film, quella che lo studente fa al prof.Malley: “Che differenza c’è tra provarci e non riuscire e tra non provarci e basta?” Malley/Redford dà una risposta che rovina in un solo colpo finale, copione e sceneggiatura “Almeno ci hai provato”
Conclusione banale e superficiale che mostra come tra i democratici USA non ci sia una seria alternativa politica sugli esteri e sulla politica preventiva di Bush e compagnia. Tant’é.


M.F

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