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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



25 maggio 2009

Ancora rido

Sono reduce da uno di quei momenti che vedono chiamata a raccolta tutta la famiglia. Non è certamente la mia. Che quella...Ma quella acquisita. Ebbene, durante il pasto si parla di Piazza Torre Argentina, del perchè abbia questo nome. Pare che non abbia nulla a che fare con l'Argentina, ma con qualche Argentariorum o che so io. Ad ogni modo, visto le diverse estrazioni sociali, culturali e i diversi redditi in gioco, cerco di stuzzicare i commensali: “Piazza Argentina è la Piazza di Pannella. Punto”. Un diacono, presente tra i tanti quasi sputa la carne cruda! Si scatena il putiferio. I Berlusconiani statisticamente in maggioranza non si dichiarano, ed ascoltano le arringhe sinistroide che coprono tutto lo spettro dell'invisibile, dal comunista tranchant al riformatore slow. Il risultato però è inapsettato e bipartisan:“A proposito di radicali, quello che non si può ascoltare è Capezzone...”


2 marzo 2009

Logistica familiare

Quando hai un parente a casa, e lo devi ospitare per un certo tempo, coviene fargli il mazzo... Bizzaria delle parole. Con un mazzo di chiavi è autonomo e si vive meglio.  


22 dicembre 2008

Il cuore in pugno

L'opportunità editoriale di trasmettere in TV questo o quello è questione legata all'impronta culturale che l'editore intende promuovere ed affermare. La stechiometria con sui vengono dosati tempi e modalità della diffusione di certuni valori e di certi altri pensieri garantisce sul consolidamento di una cultura dominante. La cultura di massa.
Niente è lasciato al caso. Tutto viene codificato e pianificato. Voci, sussurri, urla, riso, pianto, amore, pena, dolore, pathos, impegno, trivialità. E questo è tanto più vero quando parliamo di fiction o di prodotti televisivi concepiti per la TV. Come per Carnera in onda su Canale 5 la scorsa settimana.
In un periodo, come quello attuale, in cui la piccolo borghesia sta smarrendo la fiducia nel futuro prossimo, insicura di poter soddisfare gli inutili bisogni indotti dalle televendite, la cultura di massa ha il compito di fornire un approdo. Un rifugio in cui evadere e sentirsi meglio. Un mondo fiabesco in cui la fuligginosa precarietà del presente viene a rarefarsi in un arcobaleno contradditoriamente monocromatico. Un locale alla moda, una sorta di Minchioner che offre a costo zero l'illusione di essere in. Con e come i beneamini della TV pop, shampiste, tronisti, simil-artisti, il telesedotto trascorre, distante catodicamente, pomeriggio e sera, in una dimensione di edonismo e notorietà. Al mattino, poi, tutto sarà diverso. Pesante ed insoddisfacente. Tant'é.
Fornire un preconfezionato rifugio dalle impasse quotidiane, non basta a garantire l'omogeneità della specie. La distrazione, il disimpegno, la spensieratezza sono le muse ispiratrici degli acquisti di impulso, della vita godereccia e un po' spendacciona. Quel tipo di vita che gratifica l'editore perchè riempie le tasche ai suoi inserzionisti. In tempi di crisi è diverso. Occorre entrare nelle case dei telespettatori offrendo l'immagine del riscatto. Occorre una TV che li chiami alle armi, rincuorandoli con storie di chi c'è l'ha fatta. Assicurandoli che anche loro ce la faranno. A patto di fare come gli eroi in TV. Ci vogliono protagonisti di storie che sono uomini qualunque, uomini comuni, ma che sono stati capaci di rialzarsi dopo essere caduti. Che si sono arricchiti. Capaci di raggiungere il successo. Gente che ci ha messo la faccia. Contando sulle proprie forze. Da soli. Superando gli altri. Eccellendo. Uomini sicuri e coraggiosi. Sprezzante dei rischi, dei pericoli, e delle botte che la vita riserva. Anche.
Affidandosi alle cure del capo. A colui che, come il popolo, si è fatto da sé. Superando gli ostacoli che nemici ed avversari hanno provato e provano a stendere sul proprio cammino. L'Italia è matura per il presidenzialismo! All'uomo solo al comando!
Carnera, Primo Carnera campione del mondo dei pesi massimi è proprio quello che serve. Con due piedi 35 cm., due mani che sembrano due vassoi per servizi da 12, può fare da fondamenta a qualsiasi sistema di propaganda. Carnera è povero. Da piccolo ha fame e fa la fame. Ma è grande e grosso. E' alto più di 2 metri, è forte. Fortissimo. E' l'uomo forte. Nel circo prima, nella boxe poi, ed infine di nuovo in una sorta di wrestling d'altri tempi, Primo Carnera riesce a riscattarsi. A sfamarsi, diventare ricco e famoso, cadere, rialzarsi. Accumulare ricchezze, perderle gabbato da finanzieri senza scrupoli, dalla grande depressione, per poi riaccumularli. Per permettere ai propri figli di studiare. Primo Carnera è legato alla sua famiglia. Legatissimo. In essa trova e cerca rifugio. E' il suo angolo. Rappresenta il suo secondo. Primo Carnera sul ring di Nuovaiocche, quando sconfigge Sharkey nel 1932, rappresenta l'Italia, la patria. L'Italia che dice la sua nel Mondo. L'Italia che non ha risorse minerarie, economiche ma che ha tanta forza, tanti uomini come Primo Carnera. Tanti piedi da 35 cm., e tante mani, tante braccia su cui rimboccare le maniche. Tanti pronti a cadere e rialzarsi. A farsi gabbare i quattrini risparmiati durante le crisi finanziarie, anche. Ma capaci di riorganizzarsi attorno a lavoro, famiglia e patria. Perchè i figli possano studiare. La boxe, il pugilato, la nobile arte è l'ideale veicolo per questo universo semiotico di segni e simboli. Lo sport, in generale, agevola il processo di identificazione. La boxe porta sul ring il combattimento di ogni spettatore. E' la traduzione sportiva della lotta per la sopravvivenza. Un uomo colpisce un altro uomo per superarlo. Uno va al tappeto, l'altro rimane in piedi. Vince chi è più forte a resistere, ad incassare i colpi dell'avversario così come delle avversità. La metafora è perfetta.
Ed atta allo scopo. A promuovere un sistema di valori dominante. Una cultura di massa, a prescindere dall'ideologia che la sostiene. Il fascismo intriso di vitalismo nicciano, piuttosto che un più becero, liquido consumismo da commerciante di slot televisivi.
Chi guarda la TV è ormai un pugile suonato. Tanti round in una categoria dura come quella del capitalismo iniziano a farsi sentire. Le tasche sotto gli occhi sono livide e vuote. Il cuore è affaticato. Le gambe tremano, il passo incerto. All'angolo i secondi sono cattivi consiglieri. Continuano a incitare con “Forza, forza!”. Un grido che ci spinge tutti al centro del ring soli. Soli.


18 dicembre 2008

Tra OK e KO è questione di inquadratura



Le fiction, come gli spot TV, hanno il compito di esercitare sui telespettatori un effetto omogeneizzante. Forniscono un'immagine della realtà verosimile. Editori e registi, in quel passaggio tra realtà e verosomigliaza, applicano il filtro che, in funzione delle necessità, ritengono più opportuno per trasferire al televedente messaggi, valori, colori e sfumature preconfezionate.
Dico questo perchè ho avuto la sensazione che sia passata troppo inosservata la fiction di Canale 5 dedicata a Primo Carnera. Un prodotto cinematografico mediocre, ma molto pericoloso. Un colpo sotto la cintura, diremmo. La miscela peggiore. Un film di categoria pesi welter anche se la storia riguardava pugili da pesi massimi.
Attori modesti, sul ring del set, hanno raccontato una storia personale che ha attraversato anni delicati dal punto di vista politico e sociale, sia a livello nazionale che internazionale. Senza dare pugni dello stomaco, il film ha raccontato di un campione grande e grosso, un po' babbeo, che è stato il vanto di questo paese. Un campione fiero delle sue origini italiane, della sua famiglia e della sua Italia. Un eroe del fascismo e della superiorità del vitalismo nostrano in quegli anni bui. Un film in cui la moglie di Carnera, Pina Covacic, rinuncia a tutto, anche al suo cognome pur di diventare la moglie del campione del mondo di pesi massimi. Pina Covacic è di origini jugoslave ed è istruita. E' molto diversa dall'uomo che ha sposato ma è costretta ad una vita molto modesta. Vive con i suoceri tra maglia e vespri. Tuttavia si adatta, piangendo in silenzio, per il bene della famiglia.
Negli Usa per ben due volte Primo Carnera rimane senza un soldo. Gabbato dai suoi manager italoamericani. In odore di mafia. Attorno al gigante italiano, tutto muscoli e poco cervello, ruotano soldi e affari più o meno sporchi. Combine, trucchi, speculazioni, scommesse truccate, mafia e politica, tutto si mescola mentre 130 Kg. Italiani le prendono e le danno.
Ma anche gabbato e senza soldi, Carnera, (Carnera – Italia), si rialza. Le prende e si rialza. Che volete è colpa della grande depressione. Di una finanza già all'epoca troppo spericolata. Che volete vi siete affidati a novelli Cagliostro.
Carnera, con i sui occhi chiusi, dai pugni ricevuti durante i match, rappresenta proprio quello e questo italiano che non aveva ed ha modo di guardare con lucidità con chiarezza a quello che gli stava e sta accadendo attorno. Anche se oggi i ring sono i set dei reality, dei cafonal party, o dei talk show.


4 marzo 2008

LibMagazine



Su LibMagazine trovate questo articoletto: "Il pacco di Stabilità"


10 agosto 2007

Ruoli

 

Sono strani, curiosi, subdoli. Tragici, anche, i meccanismi che si instaurano tra le mura domestiche. Tra quelle allargate, anche. Alcuni post fa parlavo di riti. Necessarie stazioni, rintocchi che segnano il tempo, che qualificano il prima e il dopo. Una qualifica sociale, collettiva. Riti che significano, un tempo traguardi, ora neanche punti di partenza.

Vale lo stesso per i ruoli?

Sono i riti a sancire i passaggi di ruolo. I ruoli sono incollati dalla collettività al singolo. Dalla comunità familiare, da quella degli amici, da quella dei colleghi. Sei la somma delle proiezioni di te sulle retine altrui. Cucita dai tuoi stessi tentativi di rifiuto. Non sei te stesso che per uno o due persone. E poi, te stesso chi?
Il tuo equilibrio, la tua forza, la perentorietà della tua faccia pubblica è direttamente proporzionale a quanto tu credi in una delle immagini che ti è stata assegnata. Quella è eletta da te la tua immagine. Ma è una camicia, quella azzurra, che sta un po’ con tutto. Funzionale perché ti permette di mimetizzarti. Triste. Vero.
Quanto più sei stato educato alla libertà, all’autonoma espressione di te, tanto più il tuo cammino, il tuo passo rischierà di essere incerto. I tuoi riti sono scelte, e i tuoi binari saranno pieni di scambi. Non hai bisogno di tanti vagoni per il tuo convoglio. Sovrastrutture pesanti, inerti. Ti muovi agile, le scelte sono il carbone da dare al fuochista. Ma quanta fatica, quanto grande la contropartita.

Tu non cerchi avatar, doppie e triple identità. Nickname, second e third life. Ambiti in cui si consuma l’intima affermazione della pubblica spersonalizzazione.

M.F


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7 agosto 2007

Riti



Agosto, tempo di vacanza, tempo di matrimoni, anche. Con un anno di anticipo, è uso, ci si industria per essere in quella Chiesa, e non in quell’altra. In quella piccola, lì sul colle, o in quell’altra quella Barocca. La parrocchia, quella cui si appartiene non c’entra. Il parroco, quello che ti conosce da quando eri piccolo, o piccola, non conta. Neanche. E se proprio ti conosce, lo si può portare per officiare o per affiancare il parroco della Chiesa “in”.
Il matrimonio è tecnicamente il rito con cui si sancisce la fine della costruzione della famiglia. E’ la cerimonia della rottura della bottiglia al varo della nave. E’ già della famiglia, delle famiglie. E’ già loro. Sono le famiglie, quelle di origine che ne reggono il canovaccio. I due attori finiscono sullo sfondo, precipitano come dei sali in una soluzione che spesso finisce in problema. L’inizio è alla fine. Fluttuano come microrganismi nel mare, per anni, sospesi. Adesso un’onda impone una direzione, una spinta. Bene. Male.
Lo so. Toccare i valori è esercizio masochistico. Specie in vacanza. Specie sotto gli ombrelloni. Lo è anche in politica. Ed infatti, ecco la carta e la penna. Il giornale, la tastiera. Cose che accettano quello che dico, in silenzio. La tastiera per la verità singhiozzando. Mi faccio aiutare dalla parola, come sempre quando la semantica e la semiotica giocano brutti scherzi, quando le insidie del frainteso, del“ volevo dire” e di “quello che si capisce” possono celare trappole in pranzi con tanti, troppi commensali. Matrimoni, riti, mariti, riti smarriti. Riti, quanti pruriti. Riti, rate, sacra rota e artriti.
Matrimoni, riti, triti e ritriti. Il rito è stazione della vita crucis. La vita scorre su un binario, è viaggio. E non c’è viaggio senza una stazione di partenza ed una di arrivo. La gente sale sul treno ed entra nella tua vita. Poi, verrà il tempo di scendere. Ma le stazioni, quelle, ti fanno ricordare dei luoghi attraversati, dei mille intoppi e delle belle serate. Ci sono i ritardi, gli scioperi e i supplementi. Ma alla fine non c’è piacere più bello che vedere una mano che ti saluta, da un finestrino abbassato, qualcuno che aspetta il tuo arrivo non vano.
I riti sono oggi vagoni chiamati a portare sempre più significati. Ma spesso finiscono come tolette male attrezzate.
Vagoni su cui  salivano giovani ed adulti erano a scendere. Il dente nuovo che prende il posto di quello da latte. I denti del giudizio, quelli,  su treni più veloci impiegano più tempo di prima.
Riti, smarriti. Persi a pensare a stazioni passate. Le stazioni che indicano la strada intrapresa. Funzionali a coloro che ci vorranno seguire. Ed a quelli che ci vorranno lasciare. Senza destinazioni del resto non c’è una meta, non c’è  dopo. E senza dopo è così difficile raccogliere i cocci del prima. Senza destinazioni, senza tappe nel viaggio si finisce a muoversi confusamente. Agitarsi intorno ad un punto.
Un binario sottrae gradi libertà. E, questa per quanto la si agogni, è dono difficile da vivere completamente. Vuole coraggio e passioni. Tant’è.
Un deserto, una indefinita distesa di sabbia o di ghiaccio sono paesaggi, sono vite dove rimanere in un immobile successione di stati di movimento, di equilibrio indifferente. Ininterrottamente a decidere sempre. Decidere niente.

M.F


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