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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



28 maggio 2011

Freemont


Sono tempi difficili per le economie dei paesi industrializzati. L’Italia in particolare come recitano da tutte le parti osservatori, commentatori, analisti, ricercatori ISTAT, non cresce. Sembra che ci siamo tutti trasferiti all’Italia in Miniatura a Rimini. Tutti tranne che la Fiat. E già.
Sotto la regia di Sergio Marchionne, la Fiat unica casa automobilistica che produce automobili in Italia, ha deciso di lanciare in Italia un nuovo modello la Freemont. Un SUV. Il più lungo del segmento. E che è prodotto in Messico.
I tempi sono duri, ma mentre per la gente comune questo significa fare economia, per i top - manager questo vuol dire fare economia di scala.
Così mentre dappertutto si parla di darsi una regolata, di modificare il modello di sviluppo, di non sprecare, di cercare di razionalizzare, la Fiat che in America ha deciso di portare la 500, l’utilitaria che strizza l’occhio alla parsimonia, in Italia ci propone la monumentale Freemont. Di 5 metri di lunghezza. Il conducente e il passeggero al fondo viaggiano su due fusi orari differenti.



  


5 maggio 2011

Auto




Elkann intende acquistare la F1. La notizia che trovate qui dovrebbe tranquillizzare la Fiom e i dipendenti Bertone. Voglio vedere ora chi ha il coraggio di dire che la Fiat non investe nell'auto...






  


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18 marzo 2011

Addio a Vittorio Ghidella


Oggi, a Torino le OGR (le Officine Grandi Riparazioni) risplendono sotto un sole primaverile. Spazi di archeologia industriale. Ospitano turisti, ristoratori ed eventi. Come la globalizzazione e il marketing impongono. Agghindate a festa per il centocinquantenario. Tant'é.
Mi piacerebbe  ricordare Vittorio Ghidella (ex AD della FIAT) che, poco filosofo ma più ingegnere, nella Torino "factory town", seppe, inventare le auto migliori del Gruppo Fiat: la UNO, la CROMA, LA Y10, la DELTA. Non lasciamo deindustrializzare l'Italia!

Vittorio Ghidella è morto a 80 anni, quasi dimenticato, mercoledì scorso a Lugano. 




  


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11 febbraio 2011

Gramellinometro / 2

Questa settimana il Buongiorno di Massimo Gramellini su La Stampa ha concentrato la sua attenzione sulla società. Il 9/2 si sofferma a riflettere sulla necessità di ringhiere interiori. Perché non si solleva il piede dall’acceleratore quando c’è nebbia? Gramellini ha molto a cuore i temi legati ai sentimenti ed alla differenza sempre meno rispettata tra i sentimenti appunto e le emozioni. Tra ciò che effimero, e ciò che invece va sedimentato. Che è masticato dalla ragione. Pur riconoscendo coerenza a Gramellini, non possiamo non trovare i toni di questi Buongiorno un po’ retorici e scontati. Un po’ melensi.
Il giorno successivo Gramellini dichiara che parteciperà alla manifestazione pro-donne del 13 Febbraio. Anche qui il tutto è poco brillante. Da Gramellini, che firma la posta del cuore, non ci si poteva non aspettare una levata di scudi in favore delle donne. Contro la loro immagine distorta veicolata da anni di comunicazione di massa. Ridotte a quarto di bue vicino ad auto e profumi. Peccato, però, che la Lancia, che fa parte del Gruppo Fiat (quasi torinese), che è anche proprietario del quotidiano per cui Gramellini scrive, abbia scelto come testimonial dei prossimi spot Elisabetta Canalis, in concomitanza evidentemente non a caso, con il massimo della popolarità che la soubrette conquisterà durante la imminente kermesse sanremese. Ci chiediamo come vedere la scelta della Canalis: pro o contro il 13 Febbraio?
Infine, oggi, Gramellini ci augura Buongiorno con una lunga intervista a Sergio Chiamparino. Il tema è la polemica intorno al 17 Marzo e sui festeggiamenti legati al centocinquantenario dell’Unità d’ Italia. Percorsa da una tenue ironia l’intervista mostra il disappunto del Sindaco Torinese rispetto alla marcia indietro di molti membri del Governo rispetto ai festeggiamenti per l’Unità d’Italia. Chiamparino avverte che il pacchetto Torino costerà 50 Miliardi di Euro. E parte di questi è già impegnato. Chiaramente come per il processo di unificazione i maggiori vantaggi li ebbe il Piemonte e Torino. Ed anche oggi, come allora, le cose sembrano andare nella stessa direzione. Chiamparino, di fronte alle perplessità sollevate da Confindustria e Lega, invita a riflettere sulle ricadute indirette dei festeggiamenti. Il vero problema che né l’intervistatore né l’intervistato pongono è la disarticolazione di una politica di sviluppo omogenea. E’ vero, bisogna guardare alla capacità di Germania e Usa di essere federali, patrioti produttivi e di saper crescere al 3, 4 % di PIL.
Ma allora bisogna dire, la politica, dove vogliamo che si debba collocare il paese tra 4-5 anni e avviare il piano di investimenti coerente. Se si vuole essere un paese produttore di automobili, che anche dall’estero ci comprano, bisogna puntare ad auto ecologiche, piccole e accattivanti. Bene. Ma allora dobbiamo stimolare questo genere di investimenti. Mettendo da parte le forze centrifughe del populismo Leghista. Turando naso ed orecchie sul fatto che si continuano a dare i soldi alla Fiat. Sfruttando le analogie che il modello industriale italiano, nelle mani ancora di poche famiglie industriali, con quello tedesco. Ed allora nel made in Italy, nella capacità che la storia non può tradire dell’unità del Paese che si realizza nella linea di produzione di Mirafiori come di Pomigliano si possono trovare le ragioni dei festeggiamenti fatti con chi ha fatto veramente questo paese e non con i soliti radical chic che si ritroveranno a incensarsi addosso con libri, melassa e nafatalina alle vecchie Officine Grandi Riparazioni a Torino.



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vg


  
  


2 febbraio 2011

E quindi tiferò Palermo

In questo paese così strano, così mal gestito, in cui in tanti, troppi siamo ormai parte solo di una burocrazia inutile, ciascuno sempre più egoista e orgoglioso della sua presunta indispensabilità, accade di non poter gioire, in un mercoledì anonimo di Febbraio, del turno infrasettimanale del Campionato di Calcio. Già. Due gravissime notizie hanno sconvolto il mondo del calcio in generale, in particolare a Torino.
La Juventus ha acquistato Matri dal Cagliari. Nulla da eccepire. Ma fa una certa impressione dover applaudire i gol di chi un gol ha segnato nella porta della Juventus solo poche settimane fa quando vestiva la maglia del Cagliari. Come si può accettare di vedere completamente rivoluzionate le squadre che partecipano al Campionato. Squadre che mantengono i colori delle maglie ma quasi nessun volto al di sopra di esse. Per caso è anche questo un effetto della globalizzazione?
No, è piuttosto una nevrastenica voglia di vittoria. Una bulimica necessità di fare notizia, di fare risultato. Una frenesia che contagia giocatori, allenatori, preparatori atletici, porta bibite. Una frenesia che ha lo spiacevole effetto di distruggere quel fascino che in un passato prossimo legava la squadra con la sua città. C’erano una volta i cosiddetti portabandiera. Prendete Torino, aveva un grande bandiera in Alex Del Piero. Malgrado l’ingordigia pallonara, malgrado l’indulgenza che la società civile e lo stato di diritto riconoscono al mondo del Calcio, spesso esente da certi controlli sulle operazioni finanziarie necessarie ai Presidenti per soddisfare le urla del popolo la domenica nel moderni Colossei.
Del Piero, già, uno che è qui da sempre. E sempre sarà. Direbbero i gobbi più curvi e deformi. I fighters.
E Del Piero cosa fa? Chiede al Comune di Torino 7 pass ZTL, uno per ogni automobile per poter accedere al centro svicolando da fans troppo euforici. Ci piacerebbe pensare a Del Piero come ad uno che è anormale perché gioca e fa vincere ancora anche se la sua carriera vede il sole ad Ovest. Perché è uno che non cede alle lusinghe del denaro, dell’estero e/o di altri club. Perché è un non pazzo in un mondo, quello del calcio, di pazzi. Pazzo di denaro, di ristrettezze economiche, di scandali, di arbitri nel mirino, di mancanza di tecnologia, di mancanza ricambio, di mancanza di vivai. Pazzo di televisione e di diritti televisivi. La televisione ha allontanato il calcio dagli stadi. Spettacolarizzandolo. Wrestlinglizzandolo.
Livesicilia.it titola: “Quando la Juve si guardava solo alla TV”. Stasera al Barbera va in scena Palermo - Juventus. I Piemontesi, dopo l’infausta discesa garibaldina, raramente hanno fatto ritorno in Sicilia. Solo recentemente, dal momento che il Palermo stabilmente frequenta la massima serie, i Piemontesi della Juventus sono stati costretti a fare, sempre più spesso, ritorno al Barbera. Là, sotto il Monte Pellegrino. Dove il rosa del sole che tramonta si riflette sulla terra giallissima della Montagna che sovrasta Capaci e Punta Raisi, le spiagge di Mondello e la Riserva dello Zingaro, cose che sono per Piemontesi “comu u sticchiu per i ricchiuni”. Dove il rosa dei riflessi del sole si mescola col nero di una terra disgraziata cui la cappa di malavita e malgoverno toglie la speranza.
Mentre nel resto d’Italia in pochi vedranno la sfida di Palermo, siamo sicuri che stasera il Barbera sarà stracolmo. Con il rischio, ahimè, che ci siano tanti, troppi Juventini. Juventini di Sicilia. Ammincialuti da Garibaldi prima, dalla Fiat poi e da Del Piero oggi. Io tiferò Palermo!

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vg


  
  


21 gennaio 2011

Mi toccherà leggerlo

A riprova che il sottoscritto con il suo Imprenditori d'Italia aveva ben interpretato la fame di storie di imprese nel panorama editoriale nostrano,  ecco che registriamo sul sito di francodebenedetti che è in libreria il libro di Marco Giovanni Manfredi sui capitani d'industria che si sono succeduti sul soglio del Lingotto. I duce, gli Artù della lamiera rotonda.  Coloro che hanno retto il timone della Fiat dalla sua fondazione ad oggi. 
Promettiamo di acquistarlo e di leggerlo. Se non altro perchè sappiamo che non deve essere stato facile sfuggire all'agiografia in un libro di questo tipo. Impavidi rispetto il doppio cognome dell'autore che tradisce scarsa indipendenza di vedute.
Perché comunque non vogliamo pensare che la prefazione di Franco Debenedetti e il suo articolo sul proprio blog siano solo un'azione di marketing. 

A coloro che sono interssati a La Fiat dove si racconta di cavalieri e principi di un'altra Camelot, proponiamo i racconti della foresta di Sherwood del sottoscritto: Imprenditori d'Italia
 





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vgv
  


19 novembre 2010

In altre parole



In altre parole, in questo paese non devi alzare la cresta. Certe cose, certi equilibri non vanno toccati. Vuoi fare il giornalista, bene. Meglio però quello domestico che quello selvatico. Vuoi approfondire, approfondisci ma stai attento che troppo approfondire vuol dire sprofondare. Vuoi capire, fallo pure, ma non esagerare.

Così è nel paese del moderatismo pruriginoso. La verità è che non devi dare fastidio. Non devi sbandierare troppo le tue abilità e competenze. Le tue conoscenze. Né sul posto di lavoro, né a casa tra i parenti, né nella società civile, né in politica e tra le istituzioni. La prassi su cui si è edificata nei secoli la cultura nostrana è coperta da una malta cementizia di paternalismo violento ed autoritario. Fascista e vittimisticamente violento.
Il padre, il dirigente, il leader politico, il ministro, l’establishment tutto, quello con cui devi rapportarti ogni giorno, salvo le dovute eccezioni, ti impone un modello di quieto vivere e rassegnata accettazione dello status quo.

Se vai in un’azienda di grande, peggio se di grandissima dimensione, in Italia pochissime, il 90% delle quali è pubblica o vive di risorse pubbliche, non puoi e non devi “fare”. Perché la maggioranza non “fa”. Non si compete perché il mercato è captive e, se non si compete fuori, non c’è bisogno di selezionare il meglio dentro. Tolto il sano agonismo, lo stimolo a far meglio, è tutto un veleggiare comodamente nella routine.
Qualsiasi tentativo di cambiare rotta viene ostacolato in nome dell’ira degli dei, del fato che potrebbe non essere favorevole. Come nei miti e nelle leggende. In fondo certi personaggi, che fanno parte del cosiddetto management pubblico, si comportano come i Proci. E guai se ritorna Ulisse.
E così ti ritrovi a festeggiare una nuovo prodotto che è il restyling del rifacimento di un suo antenato di 50 anni fa. E devi festeggiare, senza stare a criticare perché fa male al made in Italy. Giovanni Minoli, che come la Comit ai tempi di Mattei c’era ai tempi del Duce così come al tempo della Repubblica, sostiene che a Vieni Via con Me a vincere sia sempre Berlusconi perché Endemol è sua. Sostiene che la Rai è piena di 500, un prodotto made in Italy da cui la Fiat è riuscita e riesce a ricavare profitti perché un ottimo prodotto. Minoli mette però sullo stesso piano, pericolosamente, un prodotto editoriale, televisivo con un prodotto industriale e li guarda sotto la lente del marketing e della comunicazione. Quando invece, forse, un prodotto industriale andrebbe giudicato anche rispetto all’innovazione, all’eventuale vantaggio competitivo che una casa automobilistica riesce a realizzare e che le può consentire di competere sul mercato. Quando invece un programma come Vieni Via con Me non andrebbe solo giudicato rispetto all’azionista di riferimento ma rispetto ai temi che affronta che sono ben diversi da quelli del Grande Fratello che la stessa Endemol produce.
A Vieni Via con Me Saviano prova a rendere televisivo quello che lui ha approfondito. Mettendo in fila, per un pubblico molto vasto, informazioni e ragionamenti. Semplificandone alcune implicite connessioni che un pubblico vasto potrebbe non vedere immediatamente.
La verità è che se le riflessioni incontrano il grande pubblico danno fastidio. E si viene bacchettati, ridimensionati. Zittiti, delegittimati. Per tornare a Minoli sembra quasi che ci sia un po’ di livore per il fatto che la Storia siamo noi la vedono in quattro gatti. Non vorremmo pensare che ciò è dovuto al fatto che il grande pubblico preferisce la Endemol.
La sfortuna di Roberto Saviano è stato quello di finire stritolato dentro una macchina, quella catodica di Rai 3, che ha una targa ben precisa. E che avendo un’identità più forte dell’autorevolezza di Saviano ha finito per targare anche i suoi autorevoli ragionamenti. E così lo ha messo nudo di fronte al linciaggio dei depositari dello status quo.
Perché in questo paese non ci possono essere colpevoli. Né responsabilità. Senza responsabilità vince sempre il più forte e si cementano le distanze sociali più di quanto il reddito e l’evasione fiscale non facciano già. Non ci sono responsabilità da assegnare e quindi neanche ruoli. Senza ruoli non c’è organizzazione. Nel caos ci si può spartire posti, potere, sguazzare alla bene e meglio. Quello che si dimentica è che mentre la macroeconomia è ridistributiva, ridistributivo non è il benessere che è invece funzione di tanti, numerosi altri aspetti e valori. Di denaro ma anche di sogni e di speranza. Di reddito ma anche di alternative ed opportunità. Di identità e di una politica che non scambi i mezzi con i Fini.


28 ottobre 2010

Notizie della settimana

Gentile Massimo Gramellini,

       Periodicamente mi piace mantenere vivo questo rapporto epistolare con Lei che gentilmente mi legge. Una sorta di pen pal friend con cui sfogarsi, specie quando l’attualità proprio conforto non ci da. Come forse le ho già detto, sono Siciliano. Ho studiato qui a Torino grazie alle borse di studio Edisu. Tessera mensa, posto letto, denaro. Dire che non avrei studiato senza quell’aiuto sarebbe falso. I miei genitori avrebbero venduto un rene pur di farmi studiare. Ma grazie all’Edisu ho potuto concedermi i libri di testo senza doverli fotocopiare. Ho potuto vivere decorosamente a Torino in anni in cui, prima delle Olimpiadi, non era così accogliente come adesso.

Ho visto cambiare il Politecnico, diventare internazionale grazie ai rettori che si sono succeduti, soprattutto grazie alla gestione Profumo. Il Politecnico di Torino oggi è tra i pochi atenei  che, malgrado i vizi atavici legati ai baronati universitari, riescono ad attirare tanti, tantissimi studenti di differente nazionalità. In Corso Castelfidardo oggi si vedono ragazzi coreani, africani, cinesi. Ragazzi non Piemontesi, tant’è, ma che numericamente garantiscono, in un periodo di “tagli” all’Università, che un luogo di formazione e di tecnologia possa continuare a svolgere il suo ruolo “liberamente” con quelle risorse che una scuola tecnica non può non avere.
Oggi, sono passati circa 10 anni da quando mi sono laureato, e sto pubblicare il mio primo libro. Sarà in libreria dal 10 Novembre. Si intitola Imprenditori d’Italia. Parlando con l’editore, un giovane trentenne, per inciso la casa editrice si chiama Edizioni della Sera, abbiamo convenuto che l’Italia non è certo il miglior paese dove pubblicare un libro. Come Lei saprà purtroppo in Italia si legge molto meno che in altri paesi. Sia dell’Est Europeo che in Germania o in Francia. Per rimanere nell’Europa più vicina a noi. Siamo al fondo di tutte le graduatorie che riguardano la cultura. E senza l’Italia Edizioni della Sera avrebbe venduto molto di più. L’editore avrebbe voluto essere ospite in una trasmissione, di quelle poche in cui si può parlare senza che si urli, per dire queste cose. Non l’hanno mai invitato.
Gli ho detto che non può stare a lamentarsi, in fondo l’editoria, anche la piccola editoria come la sua, prende da sempre aiuti di Stato. Anzi i libri che ha pubblicato ed il mio che sta per pubblicare senza quegli aiuti non sarebbero mai esistiti. Mi è sembrato convenire.

In fondo non tutto è fermo in questo paese. Ci sono dei giovani che si danno tanto da fare. Come Lei mi disse una volta in risposta ad uno dei miei soliti sfoghi, in fondo al tunnel c’è sempre la luce. Spero solo che non sia verde, ma rossa!

                                                                 Con la consueta simpatia e stima,


24 settembre 2010

Salari e lavoro

Qualche riflessione sul tema sollevato lunedì da Lerner all'Infedele.
La sproporzione tra salario e lavoro. QUI
 


13 febbraio 2010

Corso accelerato



Sei in cerca di lavoro? Sei capitato sul blog giusto. Questo è il post per te. Vuoi un futuro roseo e pieno di soddisfazioni e riconoscimenti? Leggi quelle due / tre regole base e potresti diventare un manager di successo. La ricetta Minchionne. Tanto per iniziare tieni sempre bene a mente questo. Vale sempre:

“Se sai fare fai, se non sai fare insegni, se non sai insegnare insegni agli insegnanti, se non sai manco insegnare agli insegnanti datti al giornalismo o alla politica”.
O, o, o, oppure, ora che ci penso, puoi effettivamente diventare l'amministratore delegato di una grande azienda che produce automobili.
Il lavoro che ti aspetta è semplicissimo. Ti alzi presto, intorno alle 6.30 tutte le mattine. Una volta sveglio, anche se non è fondamentale, metti un maglione, meglio se infeltrito. Prendi la borsa dove ti consiglio di tenere dentro, sempre, un po' di fogliacci. Carta da minuta. Con qualche appunto preso a penna. Se hai dei figli, puoi, per recuperare tempo, farglieli scarabocchiare direttamente a loro. Sembreranno più credibili delle tue buffe e dubbie lettere dell'alfabeto. Nella borsa non può mancare un quotidiano. Meglio se è uno di quelli finaziari. Non è necessario che ci siano tutte le pagine. Per evitare che la vista di quelle pagine, con tutti quei numeri e quei grafici, stanchino il tuo modesto intelletto, utlizza la prima pagina per contenere anche pagine di giornali sportivi, più consoni alla tua modestia culturale. Meglio che rimani sereno. Ti sarà più semplice dissimulare controllo ed equilibrio. L'immagine è tutto. E' meglio che non traspaia che non ti passa nulla per la testa. Ma, fidati, sembrerai più credibile se in testa hai solamente pensieri poco impegnativi.

A questo punto un elicottero ti porterà sul posto di lavoro. Una serie di lecca culo ti stanno aspettando. E stanno aspettando il tuo culo. Per i più è una sensazione irritante. Ma non per te. A stento te ne accorgi. Non devi dire nulla che tutti i tuoi servitori cercheranno di anticipare le tue richieste. E' una vera pacchia per te. Le cose accadono senza che tu sai neanche il perchè. E' la tua organizzazione. Il tuo microcosmo. Quello che i giornali, quelli di cui chi ti ha scelto è proprietario, dicono è stato plasmato da te. Tu, che pensi che il plasma sia la materia di cui sono fatti i biscotti per bambini, passi la tua mattinata partecipando a riunioni che altri hanno preparato per mostrarsi validi e tuoi valenti luogotenenti. Sperando nella tua attenzione. Negli avanzamenti di carriera.
Seguono pranzi di lavoro, viaggi di lavoro, meeting, presentazioni, momenti di condivisione dei risultati. Arriva la cena. Di lavoro. Sei sempre impegnatissimo.
Parla poco. Sempre. E' meglio che non ti esponi troppo. Tutti penseranno che è strategia. Che ci sono manovre, che c'è dell'altro. Il bluff funziona sempre. Tanto giochi con le fiches degli altri. Hai un culo della madonna. Vai tranquillo. Più della metà dei numeri della roulette, anche loro, appartengono all'azienda che ti ha messo lì. I croupier erano loro ex operai. Sei in una botte di ferro. Mancano solo i chiodi di Attilio Regolo. Ma verrà il giorno.

Di tanto in tanto, sempre più spesso per la verità, ti dicono che il rilancio passa sempre per nuovi modelli. Vai in una confusione pazzesca. La tua segretaria ti trova con lo sguardo perso nel vuoto che ripeti la frase inebetito. Rilancio – nuovi modelli. Rilancio – nuovi modelli. Bah. Stringi la testa tra le mani. La segretaria allora ti fa: “Ma dottore che succede. Non si sente bene? A proposito prima di uscire, se lei permette, è da tanto tempo che volevo dirle una cosa. Me la tengo dentro da tanto tempo. Perchè non ci rimettiamo a fare quella nostra macchinina, quella che all'epoca fu venduta tantissimo? E poi anche quell'altro modello che si potrebbe restaurare e che ha un sacco di potenzialità?” - Vorrebbe dire nuovi vecchi modelli? Vecchi ma nuovi modelli di automobile.

L'indomani sei sui giornali. Sei il creativo, il grande timonire. Sei il mao del popolo dell'automobile.
Dalla proprietà, periodicamente, ti dicono che bisogna prendere certe decisioni. Obbedisci. La tua obbedienza nei giornali diventa indipendenza. Fai un figurone. Ti dicono di licenziare 200 dirigenti. Tu lo fai. L'indomani sei un amministratore come non se vedevano da un pezzo. Uno col pugno di ferro. Grande. Sei sulle pagine di tutti i giornali. Sei l'uomo dell'anno. Le tue giornate sono sempre le stesse.
Arriva Dicembre, sei in prima pagina anche su qualche rivista internazionale. Merito di quella tua nonna di Brooklin che ti ha insegnato un po' di inglese.
Arriva l'anno nuovo. E' il tuo momento più difficile. Ti dicono che malgrado la tua grandezza, le cose per via di una serie di fattori fuori dal tuo controllo, che nessuno poteva prevedere, congiunture internazionali sui mercati finanziari, dovuti alla bilancia dei pagamenti, alla morsa del credito, alla rigidezza della domanda, è necessario chiedere a gran voce un piano di aiuti. Aiuti di Stato. Bisogna chiedere gli incentivi per la rottamazione delle autovetture. Insomma bisogna che lo Stato in cui hai alcuni degli stabilimenti ti dia denaro per rimettere apposto i conti dell'azienda privata che tu amministri. Cosa? Ti sembra strano? Non ti sembra onesto perchè ci siano anche altre aziende in difficoltà? Lascia stare, sforzi solo il cervello, dissipi calore e non succede niente. Lascia perdere. Non fa niente. Fai come sempre. Telefona al giornalista che segue la società per cui lavori da ormai 30 anni e gli dici di recuperare l'intervista che avevate fatto l'anno prima. Ne avrà sicuramente una copia. Anzi ti risponderà dicendo che ha un template. Ti basta cambiare il nome del stabilimento che devi minacciare di chiudere, cambi il numero degli operai che devi minacciare di licenziare. Mi raccomando cambia la data che già una volta un tuo predecessore si è fatto una figura di merda.

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