< < aronne | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

  
 

    
ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



8 febbraio 2012

Laboratorio Israele: suggerimenti per giovani ed esecutivo


Condivido la linea del Direttore Ferrara a proposito delle dichiarazioni che i membri del Governo Monti stanno rilasciando, alla spicciolata, su giovanilismo e mondo del lavoro. Creare una cultura che supporti scelte e linee di governo e che sappia sostituirsi a prassi a volte arruginite è compito di chi governa.
Detto questo, occorre ricordare che l'idea di spingere i giovani verso forme di intraprendenza e di imprenditorialità non è un'idea nuova. Già verso la seconda metà degli anni novanta e poi agli inizi del 2000 i Master in Business Administration indicavano esplicitamente, tra i possibili sbocchi, l'avvio di una iniziativa imprenditoriale. Se non altro perchè le opportunità di fare il cosiddetto challenge di carriera iniziavano a rarefarsi. In quegli stessi anni si assisteva al proliferare degli acceleratori di impresa, quei centri in cui si favorisce la nascita di start-up tecnologiche. Quello che è mancato e manca in questi tentativi e buoni propositi, è la propensione al rischio, la cultura del rischio, ancor prima del capitale omonimo. E manca un programma governativo, come quello israeliano "Yozma", capace di attrarre capitali stranieri e la tenacia del popolo della stella di David che noi italiani abbiamo smarrito.


Su "Laboratorio Israle" (Ed. Mondadori), da poco nelle librerie, ci sono molti spunti per giovani e per l'esecutivo.

                                                                



23 maggio 2011

Soli in città


E’ un esercizio che può fare chiunque. Passare in rassegna la cerchia dei propri conoscenti ed amici, di età compresa tra i 30 e i 35 anni, e scoprire che la maggior parte di questi, è sola. Vive sola in qualche grande città italiana dove studia o lavora. O studia e lavora. Già.
Ognuno un appartamento, o una stanza in un appartamento. Ognuno un mezzo di trasporto, per chi se lo può permettere, ognuno un lavoro che viene remunerato tipicamente con lo stesso stipendio di ingresso nel mondo del lavoro e regolato mediante contratti tipici o atipici che, anche quando garantiscono dei diritti, subiscono di rovescio un contesto che è in attesa. Senza prospettive.
Lasciando da parte i perché, e i come, val la pena riflettere sulle conseguenze di questo stato di cose. Al suo protrarsi, troppo, nel tempo.
Al fatto che, sotto queste condizioni, intraprendere una vita a due diventa non un approdo amoroso, la scelta spensierata e felice frutto dell’amore, sentimento che come un torrente dopo aver rimescolato i corpi e le anime dei due protagonisti li conduce nella stessa laguna, ma una scelta per necessità. Un antidoto sociale mediante il quale si riducono i rischi nell’affrontare un contesto difficile. Più che un’unione di amorosi sensi, si tratta più di un accordo di cooperazione, in cui si mettono a fattor comune alcuni beni e servizi cercando di massimizzare i profitti, ciascuno, della propria attività. Nascono così quelle che passeranno alla storia come le società dei fidanzati italiani giovani anonimi. Acronimo SFIGA.
Società piene di responsabilità e tormenti. Prive di capitali. Prive di patrimonio. Su cui gravano: un mutuo, utenze di luce e gas e la tassa sui rifiuti.
Malgrado questo spaccato, la tendenza è di una crescita delle città, in Italia come in Europa. Nel prossimo futuro si prevede che le città diventino delle megalopoli perché è in esse che si creeranno le maggiori opportunità. Sarà pur vero ma per l’Italia potrebbe assistere al rifiorire di rivoli di certo sincretismo. Il rinascere di un certo pauperismo. Un ritorno ai borghi ed alle campagne. Chissà.








  


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. giovani report generazione poveri povertà mutuo

permalink | inviato da aronne il 23/5/2011 alle 10:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 aprile 2008

La conquista



Sono qui seduto, davanti al mio portatile. Inebetito dalla stanchezza. Eh, la stanchezza. Troppo semplice. Sei stufo, un po’ frustrato, accigliato con qualcosa, qualcuno, demotivato. Ma, se qualcuno ti chiede cos’hai, tu rispondi che sei stanco.  
Stanchezza è l’attributo del soggetto. È il mantello mistificante che nasconde all’interlocutore ed all’interloquito il suo stato d’animo. È risposta generica, ma funzionale allo scopo.
Da una parte giustifica lo sguardo perso, dall’altra permette di tradire un notevole impegno. Che, a prescindere dalla gratificazione, ha l’effetto di insinuare l’invidia nell’interlocutore medio. Del resto, è l’invidia insinuata a costituire parte della gratificazione, illusoria, di una occupazione che fa quello che il Devoto Oli  letteralmente dice che debba fare: “occupa”. Ma non soddisfa. Tant’è.

 Il percorso è lungo. Allargate lo zoom dello schermo, rendetevi comodi la lettura. Altrimenti scendete subito. Il biglietto non si paga. E i perditempo frettolosi non sono graditi. Il contatore delle visite patirà. Pazienza.

Salite, in un venerdì qualunque, su di un autobus che dai centri direzionali, dal centro città conduce verso la periferia. Muletti che stoccano merci umane nelle loro ubicazioni. Le stesse da cui li hanno prelevati alla mattina. Ciascuno con il suo codice, con il proprio badge, che, alla fine del trattamento produttivo giornaliero, torna ad essere stoccato. Nell’era del just-in-time, il prelievo delle materie prime e della forza lavoro è funzione della domanda. Voi chiamatela precarietà. È semplicemente la migliore, l’ottima, allocazione delle risorse. Mezzi e macchine. Punto.
E badate bene, lo dico ai comunisti, ed anche ai liberisti progressisti, questo non riguarda solo la manifattura. Non tocca solo il mondo della cosiddetta fabbrica globale. Riguarda tutti e tutto. Cose e persone. Un broker, un analista finanziario non è meno esposto di un operaio alla logica delle pianificazione logistica dell’essere umano come risorsa produttiva.

Mi direte:“Eggià, ma il primo è pagato meglio del secondo!”. Già. Il primo remunera meglio del secondo il proprio tempo di utilizzo. Ma non c’è squilibrio, o sbilanciamento. Perché  la remunerazione è direttamente proporzionale alle cose spostate. Prendete un analista finanziario di un fondo di investimento o di una banca d’affari. In una giornata, mediamente, muoverà capitali e amministrerà portafogli azionari per svariati migliaia di dollari, o di euro. I suoi mattoni si muovono in fretta, spinti dai colpi di “enter” sulla tastiera. Attuatori di transazioni finanziarie che corrono lungo la rete da un continente all’altro. Conquistando o contribuendo in parte alla conquista di società, di terreni, delle assicurazioni di altre persone, delle banche e dei risparmi di individui stoccati in altri paesi.
Prendete un operaio di un’officina meccanica. Un artigiano quasi, un artista nel proprio lavoro. Sbozza sedi di alberi destinati a motori di altissima precisione. Quelli destinati alle case di dispositivi elettromedicali. Che volete però. Anche se sono piccoli gli alberi, quanti ne potrà spostare giornalmente? Pochi, poche decine. Che il suo è lavoro di fino. Con la sua fresa di raggio 2 deve procedere con la sensibilità del dentista sul molare cariato. I denti delle fresa, asportano truciolo, conquistano porzioni di acciaio mietendo vittime, i trucioli che vengono asportati.
L’analista finanziario e l’operaio sono diversi. Certo. Più o meno consapevoli delle propria condizione. Vivono in condizione di comfort estremamente diverse. Il primo sarà sicuramente animato dall’ iperattivismo, di sentirsi figlio del suo tempo. L’operaio dal soddisfacimento di certi altri bisogni. Ma entrambi sono vicini, se si guarda la distanza che li separa dalla terra. No, non è la strambata verso una bolina che nella prossima riga vuol condurvi verso ventate di reazionarismo, o di conservatorismo di quarta serie. Non ho in mente un pauperismo francescano o un ritorno alla natura in chiave new age. Per quello ci pensa la Brigliadori (soubrette con un certo passato, ma dal pessimo presente).
La terra è l’inizio e la fine di tutto. È il solco che l’uomo scava per seminare l’embrione di ciò che lo sfamerà. È il luogo dove piantare la propria effigie, il segno del proprio potere temporale, o dove morire facendosi concime, rientrando nel ciclo biologico. È la distesa che si perde lungo la curvatura terrestre, in mezzo a mille colori, fino all’orizzonte. Spunto di riflessioni, di metafisiche analisi. È poesia, è pittura. È l’arte, prima di residuare sulla carta. Passando attraverso il filtro dell’uomo. Lì lungo il globo oculare, imprigionata dalla retina prima di essere digerita attraverso i succhi gastrici, quelli fatti dei profumi, degli odori e degli impasti cromatici. Con cui, la natura si offre.
La natura non ti chiede di muovere azioni ma di compierle. Non ti chiede investimenti in capitale fisso. Ma di investire te stesso. Di dedicarle tempo. Educa. Che ci sono delle stagioni e delle regole. Dei tempi. I semi si trasformano in germogli e quindi in frutti. Non esistono speculazioni.
L’infinità dei mondi che puoi visitare, l’infinità degli spazi e dei sovrumani silenzi sono lì di fronte a te. Nella varietà dei colori, quelli delle piante, dei fiori, delle tonalità del cielo al variare delle stagioni.
Senza la terra non esistono né servi delle gleba, né mercenari, né feudatari. È lei a dare senso esistenziale a tutti e tre. E ciascuno a suo modo si sente un Re. Quando entra in sintonia con essa. Il primo lavorandola, il secondo conquistandola, il terzo possedendola.
I generali romani tornati dalle campagne fuori dall’impero non ambivano ad altro che alla terra. Là nell’agro pontino. Così è. E non mi sto riferendo certo ad umili colletti bianchi. Parlo dei grandi e valorosi generali del Sacro Impero Romano. Uomini che andavano in Germania e soggiogavano barbare tribù senza diritti né leggi.
Ciascuno perseguiva un obiettivo, che era legato alla natura ed alla terra. All’espressione del proprio essere.
Certo le scale sociali erano lunghe e gli scalini troppo alti per poter essere affrontate da tutti. Pochi ascensori sociali. Ma meno ipocrisie. Meno sovrastrutture. Nel bosco potevi salvare una principessa dalle fiere o morire nel sonno, pasto di lupi affamati. Senza sfratti e avvocati, però. Cos’è meglio?
Oggi l’uomo, i giovani in particolare, sono lontani dalla terra. Dalla terra, intesa come questo complesso di relazioni e di intendimenti. Non guardano che alle carte moneta. Anziché guardare alle carte che hanno in mano e che possono giocarsi. Con pochi rischi, procedono in un’esistenza piatta. L’obiettivo? Il denaro. Il denaro a prescindere. A prescindere dai compromessi e dal contesto che glielo procura.  
Vivono spintonandosi, pressati in questi finti ascensori sociali, più simili a dei montacarichi, che, talmente lenti, sembrano non muoversi neanche più.

M.F


14 marzo 2008

Donne, uguaglianza, barba e capelli



Da Aronne del 07/09/2006


Sabato pomeriggio, sono dal parrucchiere. Il salone è gestito da una coppia di socie, titolari dell'esercizio nel quale operano  4 dipendenti regolate con contratto artigiani. Dal momento che è un salone di parrucchiere, la clientela è prevalentemente appartenente al sesso debole.
Attendo un'ora il mio turno. Il protocollo prevede lo shampoo prima del taglio. Per niente rinuncerei alle mani di Margherita, un donnone biondo, americana di origine calabrese, che vista la mole probabilmente sarà arrivata a Torino con qualche Katrina o affini alcuni anni fa. E' la mia shampista di fiducia, di una simpatia dirompente, pari alla mole. Parliamo sempre un pò del più e del meno. E' gradevole, e, specie dopo una settimana trascorsa con i 'vadical chic' di stampo sabaudo, un pò di sana aria di borgata (di pasoliniana memoria) è una brezza rasserenante.

Ma veniamo al punto. Margherita mi confida, con la sua consueta flemma ed il suo solito atteggiamento servile ma non sottomesso "ricordate lo zio di Guido (Benigni) in "La Vita è Bella"? e mi dice: "Da quando ho avuto il mio bimbo sei mesi fa qui il rapporto con le cape è cambiato totalmente. Niente ferie, scalate dai giorni di maternità, niente permessi, orario no-stop 9-19 dal lunedì al sabato e un clima che può essere riassunto con "Prova a sgarrare un'altra volta e sei fuori!"

Preso da un Bakuniano istinto sindacale rinuncio a rilassarmi totalmente al suo massaggio, e una volta sotto la forbice di una delle due socie vado all'attacco, avvalendomi dell'eloquio dei classici, la logica pitagorica ed una simpatia sicula per edulcorare il tutto.
Per la socia non ci sono ragioni, lei è una che si è fatta da sè, divorzi, matrimoni, aborti, viaggi a Sharm, debiti e lavoro sono la sua vita arida e neo-proletaria. Come li aveva ben descritti Tommaso Labranca i neo-proletari vivono delle tre FFF, fiction-fashion-fitness. Nel loro perimetro culturale, nel quel non possono trovare spazio categorie come il liberismo, il capitalismo, l'essere liberali o assistenziali, alberga solo questo convincimento:"lavorare per estrarre da dipendenti/clienti il surplus che possa garantire i valori declinati dalle fiction che sono il vestire fashion dopo essersi fisicamente sistemati con il fitness".

Uno dei miei lettori più assidui di allora, Cincinnato, qui nei commenti, forte della sua cultura e della sua quasi Kantiana impostazione socio-culturale giustamente dice:"Il diritto di procreare investe la sfera privata dell’individuo e di questa sfera non è tenuto a farsi carico il mercato. E qui, o siamo liberali, o non lo siamo", dice una cosa giusta che io condivido.
Tuttavia non è questo il principio che regola l'atteggiamento di tanti/e datori/trici di lavoro che invece bistrattano i propri sottoposti semplicemente in nome di una pregiudiziale visione della realtà. Come nella più classica società 'latina' regolata da rapporti di tipo verticistico, il capo, il Principe se vi piace, non può non essere lupo. Deve erigere gli argini contro la fortuna, deve prevedere che il dipendente per una pura questione di free riding proverà a fregarlo, ad esempio facendosi assumere per poi rimanere incinta. Quindi al diamine le considerazioni se il tasso di natalità è sotto zero, al diamine le considerazioni sul fatto che la società è fatta di vecchi e per i vecchi. Quello che conta è non perdere quel surplus da estrarre anche dal più furbo dei dipendenti dimostrandio di essere più furbi di loro. In questo penso che le donne siano penalizzate più degli uomini.

A meno che come suggerisce il più grande statista di tutti i tempi usano la loro piega più intima per sposare un ricco...Tant'é.


7 agosto 2007

Riti



Agosto, tempo di vacanza, tempo di matrimoni, anche. Con un anno di anticipo, è uso, ci si industria per essere in quella Chiesa, e non in quell’altra. In quella piccola, lì sul colle, o in quell’altra quella Barocca. La parrocchia, quella cui si appartiene non c’entra. Il parroco, quello che ti conosce da quando eri piccolo, o piccola, non conta. Neanche. E se proprio ti conosce, lo si può portare per officiare o per affiancare il parroco della Chiesa “in”.
Il matrimonio è tecnicamente il rito con cui si sancisce la fine della costruzione della famiglia. E’ la cerimonia della rottura della bottiglia al varo della nave. E’ già della famiglia, delle famiglie. E’ già loro. Sono le famiglie, quelle di origine che ne reggono il canovaccio. I due attori finiscono sullo sfondo, precipitano come dei sali in una soluzione che spesso finisce in problema. L’inizio è alla fine. Fluttuano come microrganismi nel mare, per anni, sospesi. Adesso un’onda impone una direzione, una spinta. Bene. Male.
Lo so. Toccare i valori è esercizio masochistico. Specie in vacanza. Specie sotto gli ombrelloni. Lo è anche in politica. Ed infatti, ecco la carta e la penna. Il giornale, la tastiera. Cose che accettano quello che dico, in silenzio. La tastiera per la verità singhiozzando. Mi faccio aiutare dalla parola, come sempre quando la semantica e la semiotica giocano brutti scherzi, quando le insidie del frainteso, del“ volevo dire” e di “quello che si capisce” possono celare trappole in pranzi con tanti, troppi commensali. Matrimoni, riti, mariti, riti smarriti. Riti, quanti pruriti. Riti, rate, sacra rota e artriti.
Matrimoni, riti, triti e ritriti. Il rito è stazione della vita crucis. La vita scorre su un binario, è viaggio. E non c’è viaggio senza una stazione di partenza ed una di arrivo. La gente sale sul treno ed entra nella tua vita. Poi, verrà il tempo di scendere. Ma le stazioni, quelle, ti fanno ricordare dei luoghi attraversati, dei mille intoppi e delle belle serate. Ci sono i ritardi, gli scioperi e i supplementi. Ma alla fine non c’è piacere più bello che vedere una mano che ti saluta, da un finestrino abbassato, qualcuno che aspetta il tuo arrivo non vano.
I riti sono oggi vagoni chiamati a portare sempre più significati. Ma spesso finiscono come tolette male attrezzate.
Vagoni su cui  salivano giovani ed adulti erano a scendere. Il dente nuovo che prende il posto di quello da latte. I denti del giudizio, quelli,  su treni più veloci impiegano più tempo di prima.
Riti, smarriti. Persi a pensare a stazioni passate. Le stazioni che indicano la strada intrapresa. Funzionali a coloro che ci vorranno seguire. Ed a quelli che ci vorranno lasciare. Senza destinazioni del resto non c’è una meta, non c’è  dopo. E senza dopo è così difficile raccogliere i cocci del prima. Senza destinazioni, senza tappe nel viaggio si finisce a muoversi confusamente. Agitarsi intorno ad un punto.
Un binario sottrae gradi libertà. E, questa per quanto la si agogni, è dono difficile da vivere completamente. Vuole coraggio e passioni. Tant’è.
Un deserto, una indefinita distesa di sabbia o di ghiaccio sono paesaggi, sono vite dove rimanere in un immobile successione di stati di movimento, di equilibrio indifferente. Ininterrottamente a decidere sempre. Decidere niente.

M.F


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. famiglia giovani scelte matrimoni

permalink | inviato da aronne il 7/8/2007 alle 15:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


22 aprile 2007

77

 

Si fa un gran parlare del 77. L'Annunziata con il suo libro omonimo. Il bimestrale di Diario da poco disponibile in edicola.  Io ho letto Aceto, Arcobaleno di Erri de Luca. Ieri pomeriggio. Ho pianto.
In quegli anni delle idee venivano elaborate. Passioni, ideologie, convincimenti venivano prima delle persone. Si viveva per quello. Nascevano nuovi ordini e nuovi linguaggi con cui parlare o in base ai quali discutere.
Oggi si riutilizza, ci si orienta sulla base di schemi già esistenti. Figli del periodo storico in cui erano sorti. Non c'è nulla di nuovo. Le forze politiche ragionano con medesime logiche algebriche che non risolvono i dilemmi che i movimenti e i tragici errori del passato pongono come ancora attuali. Questo è il vero male di questa epoca transitoria. Un sincretismo improduttivo.



15 aprile 2007

Erasmus

Sono daccordo con Nadia Urbinati che firma un pezzo sul Riformista di ieri dal titolo:"Se i dottorandi italiani negli USA hanno la sindrome da Troisi". L'articolo è molto ben fatto. Di quelli, di quelli che sanno di cosa stanno parlando. Capita sempre di più, di rado...
Il concetto è semplice. Lo slogan di politici e rissosi di circostanza è quello che l'Italia è vittima della fuga dei cervelli. Bene. Vero a volte. Tuttavia il male maggiore potrebbe non essere quello. Nadia Urbinati sviscera le dinamiche di chi rimane e di chi parte. Lo studente all'estero vive troppo da viaggiatore e mai da emigrato. L'integrazione nella nuova cultura non avviene mai completamente. Lo stesso succede presso il mondo della ricerca ospite.
Se questo non bastasse ci si mette la rigidità e la autoreferenzialità del sistema accademico nostrano che rende inutili i tentativi di chi incapace di scoprirsi emigrante vuol tornare. Nessun posto lo attende. Rimanere in patria, l'ideale dell'ostrica qui premia ancora. E' un valore. Ma qui non è questione di Verga ma di vergate!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Giovani università Troisi Verga

permalink | inviato da aronne il 15/4/2007 alle 1:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia     gennaio       
 
 


 >> >>  in evidenza  << <<
  
  "Eurobond, Eurobond!"
  




  
I pionieri dell'Imprenditoria
 


  
                Statistiche

 Site Meter  



 















CERCA

Paperblog : le migliori informazioni in diretta dai blog