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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



19 marzo 2011

La piadina tricolore


Torino è splendida in questi giorni. Al Passatore di Via Barbaroux,a due passi da Palazzo Madama, sede del primo parlamento Italiano, si respira l'aria delle Olimpiadi. L'odore di squacquerone pervade il centro storico di Torino. L'economia gira. Quanto sviluppo e quanta modernizzazione.
Mentre attendiamo il nostro turno (coda da 30 minuti per una piadina) fantastichiamo. La figlia del titolare, immaginiamo, possiede due lauree e un master. Ha atteso per anni di essere regolarizzata all'interno dell'Università. Eppure adesso la sua vita è cambiata. Grazie alla capacità del territorio di attirare turisti. La macchina degli eventi che gli strateghi del marketing hanno congegnato. Quella del turismo based on experience. Il turista deve passare di qua perchè è sul territorio e de territorio che si sostanzia l'offerta del made in Italy. Non solo delle borse e dei lustrini della Moda di Via Montenapoleone a Milano.  
Ecco che il futuro della figlia del titolare della piadineria il Passatore diventa radioso. Nalla catena di montaggio di famiglia imbottisce di porchetta e culatello le piadine che il padre le passa. Le aggiunge un pizzico di know how. Alla carta dei bigliettini compilati a mano dalla mamma manager emaciata alla cassa, suggerirà l'introduzione di scontrini elettronici precompilati. Farà anche un po' smartcity.





  


17 marzo 2011

Italia 150


Al Teatro dell'Opera di Roma il Nabucco. C'è tutto il Bagaglino. Ore 20.33. Parte l'inno di Mameli. Non canta nessuno. Ore 20.39 la sinfonia del Nabucco giunge al motivo del Va pensiero. La telecamera stacca su alcuni dei presenti. Peccato. Peccato per Verdi e per il Nabucco. I presenti avrebbero meritato al massimo una tarantella.




  


12 febbraio 2011

Alla fine si fa festa

Vedrete che alla fine il 17 Marzo la festa per il cento cinquantenario si farà. Un paese come il nostro u cugghiuniu non lo rifiuta mai. Da Nord a Sud. Dal Piemonte al Regno della due Sicilie.
Chiamparino, in occasione dell’incontro con Marchionne e i vertici Fiat per avere garanzie sulla permanenza degli investimenti e, soprattutto, delle tasse che la Fiat versa sul territorio patrio, ha incontrato Berlusconi e lo avrà pregato di spingere, come solo Berlusconi sa fare quando si tratta di feste e festini, perché ci siano tutti. Da Tremonti alla Gelmini.
Ma che cosa festeggiamo? Perché, se non si fa festa, saltando scuola e lavoro, il cento cinquantenario dell’Unità d’Italia diventa una festa di serie B?
L’Italia unita, frutto del lavoro diplomatico dei Piemontesi e delle gesta di un manipolo di uomini che la Storia racconta come eroiche, ha permesso al nostro attuale Paese di diventare un grande paese occidentale. Più forte verso l’esterno di quanto non lo sia internamente. Più paese che popolo.
Il problema è che il processo di unificazione non è stato compiuto correttamente. E se è vero che la Storia non si può cambiare, se è vero che, di fronte alle spinte secessionistiche a Nord ed a Sud, è lungimirante corroborare un fatto che è di per sé stesso positivo, non si può e non si deve permettere che il cento cinquantenario diventi una festa di serie A. A prescindere. Occorre riflettere criticamente su cosa accadde in quei mesi, in quegli anni immediatamente successivi alla Unificazione. Occorre riflettere, a scuola o al lavoro, durante le manifestazioni legate ai festeggiamenti, attorno al perché i burocrati piemontesi, cui spettò il compito di favorire l’integrazione delle nuove terre e delle nuove genti dentro quella che sarebbe dovuta diventare una nazione unica, maturarono una concezione del Sud come di un luogo malato, malandato e dei meridionali di persone derelitte, corrotte cui, pietosamente, dovevano essere offerti aiuti, sostegno.
A creare il clima per cui i piemontesi si sentivano migliori dei meridionali, a rendere, almeno nelle coscienze di chi l’ha subita, una guerra di liberazione una colonizzazione contribuirono certamente quelle frasi che i leader politici di allora ripetutamente ribadivano alla opinione pubblica neo-italiana. Prendete ad esempio Giovanni Lanza nel 1860, prima di diventare Primo Ministro: «Agli italiani del Nord spetta l’ardua missione di rigenerare socialmente e politicamente gli Italiani del Sud» - oppure sentite il Conte Camillo Benso di Cavour che riferendosi ai meridionali li definisce uomini «corrotti fino al midollo».
Mi si perdonerà una punta di vendicativo sciovinismo se rammento al lettore che proprio negli anni dell’Unificazione ad Agrigento nasceva Luigi Pirandello. Era il 1867. Nel 1934 Pirandello, vissuto in queste terre dove i Piemontesi volevano esportare la civiltà, ricevette il Premio Nobel per la Letteratura.
Che festa sia dunque. Ma non «esaltazione critica di un patriottismo parolaio» (Giordano Bruno Guerri), bensì momento di riflessione sincera e antistorica se necessario. L'elenco delle letture proposte sul sito dedicato all'evento non fanno però ben sperare.

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vg


  
  


25 gennaio 2011

La Ducea di Carlin Petrini

In Piazza Carignano il count down verso l’anniversario dell’Unità d’Italia procede inesorabile. Per chi non è tra quei Meridionali anestetizzati dai Centri Commerciali, dai calci in culo della Fiat, dalle lusinghe della coattagine che al Nord puoi esibire grazie alla complicità di una maggiore indifferenza, c’è poco o niente da festeggiare. Anzi. La melassa editoriale, eventicola, quella ammantata da ortodosso intellettualesimo, fonda la sua propaganda sulla rievocazione di verità che rivivono del ricordo che sfuma i contorni netti di una realtà contro-storica e contro-dominante. E fa rabbia.
Specie se osserviamo il presente che perpetua del passato riti e gesti. Quanta aneddotica. Prendete Bronte, ad esempio. Crocevia storico ed enogastronomico. Perché la Storia dell’Unificazione è slow. La semiotica della lumaca simbolo del Garibaldi della buona tavola, quella del Carlin Nazionale che ai borbonici take away ha saputo sostituire i presidi chic, racconta la lentezza di un’unità mai compiuta. La bocca che mangia è padrona mentre quella che ha fame è povera.
A Bronte, in provincia di Catania, alle pendici della Montagna, il 10 Agosto del 1860 furono sparati in 5. Innocenti. Nicolò Lombardo, Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri, Nunzio Samperi. Garibaldi, allora, aveva da far rispettare i presidi dell’Ammiraglio che tronca fe' la trïonfata nave del maggior pino, e si scavò la bara. Oggi su quella stessa terra, ancora sporca di sangue innocente, l’enogastronomia saccheggia pistacchi chiedendo a quella stessa terra un tributo insostenibile per la gioia di pochissimi palati. E cos’è il marketing se non propaganda. Serve a cibar gli occhi più che i palati. Serve a creare una verità soggettiva più forte di quella oggettiva. Lo straordinario pistacchio di Bronte rimane sullo sfondo, come sullo sfondo stanno le schiene fiaccate per produrlo. E così chi ne fruisce fa ricco il markettaro Garibaldi di turno a prescindere del pistacchio stesso.
Che, nei gelati, nei dolci, nei biscotti, a granella, sfuso è immagine del meridionale emigrato ovunque, servo disadattato di altrui stirpi. Buono sempre a criticare. Da Scilla e mai da Cariddi.


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vg


  
  

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