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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



4 aprile 2008

La conquista



Sono qui seduto, davanti al mio portatile. Inebetito dalla stanchezza. Eh, la stanchezza. Troppo semplice. Sei stufo, un po’ frustrato, accigliato con qualcosa, qualcuno, demotivato. Ma, se qualcuno ti chiede cos’hai, tu rispondi che sei stanco.  
Stanchezza è l’attributo del soggetto. È il mantello mistificante che nasconde all’interlocutore ed all’interloquito il suo stato d’animo. È risposta generica, ma funzionale allo scopo.
Da una parte giustifica lo sguardo perso, dall’altra permette di tradire un notevole impegno. Che, a prescindere dalla gratificazione, ha l’effetto di insinuare l’invidia nell’interlocutore medio. Del resto, è l’invidia insinuata a costituire parte della gratificazione, illusoria, di una occupazione che fa quello che il Devoto Oli  letteralmente dice che debba fare: “occupa”. Ma non soddisfa. Tant’è.

 Il percorso è lungo. Allargate lo zoom dello schermo, rendetevi comodi la lettura. Altrimenti scendete subito. Il biglietto non si paga. E i perditempo frettolosi non sono graditi. Il contatore delle visite patirà. Pazienza.

Salite, in un venerdì qualunque, su di un autobus che dai centri direzionali, dal centro città conduce verso la periferia. Muletti che stoccano merci umane nelle loro ubicazioni. Le stesse da cui li hanno prelevati alla mattina. Ciascuno con il suo codice, con il proprio badge, che, alla fine del trattamento produttivo giornaliero, torna ad essere stoccato. Nell’era del just-in-time, il prelievo delle materie prime e della forza lavoro è funzione della domanda. Voi chiamatela precarietà. È semplicemente la migliore, l’ottima, allocazione delle risorse. Mezzi e macchine. Punto.
E badate bene, lo dico ai comunisti, ed anche ai liberisti progressisti, questo non riguarda solo la manifattura. Non tocca solo il mondo della cosiddetta fabbrica globale. Riguarda tutti e tutto. Cose e persone. Un broker, un analista finanziario non è meno esposto di un operaio alla logica delle pianificazione logistica dell’essere umano come risorsa produttiva.

Mi direte:“Eggià, ma il primo è pagato meglio del secondo!”. Già. Il primo remunera meglio del secondo il proprio tempo di utilizzo. Ma non c’è squilibrio, o sbilanciamento. Perché  la remunerazione è direttamente proporzionale alle cose spostate. Prendete un analista finanziario di un fondo di investimento o di una banca d’affari. In una giornata, mediamente, muoverà capitali e amministrerà portafogli azionari per svariati migliaia di dollari, o di euro. I suoi mattoni si muovono in fretta, spinti dai colpi di “enter” sulla tastiera. Attuatori di transazioni finanziarie che corrono lungo la rete da un continente all’altro. Conquistando o contribuendo in parte alla conquista di società, di terreni, delle assicurazioni di altre persone, delle banche e dei risparmi di individui stoccati in altri paesi.
Prendete un operaio di un’officina meccanica. Un artigiano quasi, un artista nel proprio lavoro. Sbozza sedi di alberi destinati a motori di altissima precisione. Quelli destinati alle case di dispositivi elettromedicali. Che volete però. Anche se sono piccoli gli alberi, quanti ne potrà spostare giornalmente? Pochi, poche decine. Che il suo è lavoro di fino. Con la sua fresa di raggio 2 deve procedere con la sensibilità del dentista sul molare cariato. I denti delle fresa, asportano truciolo, conquistano porzioni di acciaio mietendo vittime, i trucioli che vengono asportati.
L’analista finanziario e l’operaio sono diversi. Certo. Più o meno consapevoli delle propria condizione. Vivono in condizione di comfort estremamente diverse. Il primo sarà sicuramente animato dall’ iperattivismo, di sentirsi figlio del suo tempo. L’operaio dal soddisfacimento di certi altri bisogni. Ma entrambi sono vicini, se si guarda la distanza che li separa dalla terra. No, non è la strambata verso una bolina che nella prossima riga vuol condurvi verso ventate di reazionarismo, o di conservatorismo di quarta serie. Non ho in mente un pauperismo francescano o un ritorno alla natura in chiave new age. Per quello ci pensa la Brigliadori (soubrette con un certo passato, ma dal pessimo presente).
La terra è l’inizio e la fine di tutto. È il solco che l’uomo scava per seminare l’embrione di ciò che lo sfamerà. È il luogo dove piantare la propria effigie, il segno del proprio potere temporale, o dove morire facendosi concime, rientrando nel ciclo biologico. È la distesa che si perde lungo la curvatura terrestre, in mezzo a mille colori, fino all’orizzonte. Spunto di riflessioni, di metafisiche analisi. È poesia, è pittura. È l’arte, prima di residuare sulla carta. Passando attraverso il filtro dell’uomo. Lì lungo il globo oculare, imprigionata dalla retina prima di essere digerita attraverso i succhi gastrici, quelli fatti dei profumi, degli odori e degli impasti cromatici. Con cui, la natura si offre.
La natura non ti chiede di muovere azioni ma di compierle. Non ti chiede investimenti in capitale fisso. Ma di investire te stesso. Di dedicarle tempo. Educa. Che ci sono delle stagioni e delle regole. Dei tempi. I semi si trasformano in germogli e quindi in frutti. Non esistono speculazioni.
L’infinità dei mondi che puoi visitare, l’infinità degli spazi e dei sovrumani silenzi sono lì di fronte a te. Nella varietà dei colori, quelli delle piante, dei fiori, delle tonalità del cielo al variare delle stagioni.
Senza la terra non esistono né servi delle gleba, né mercenari, né feudatari. È lei a dare senso esistenziale a tutti e tre. E ciascuno a suo modo si sente un Re. Quando entra in sintonia con essa. Il primo lavorandola, il secondo conquistandola, il terzo possedendola.
I generali romani tornati dalle campagne fuori dall’impero non ambivano ad altro che alla terra. Là nell’agro pontino. Così è. E non mi sto riferendo certo ad umili colletti bianchi. Parlo dei grandi e valorosi generali del Sacro Impero Romano. Uomini che andavano in Germania e soggiogavano barbare tribù senza diritti né leggi.
Ciascuno perseguiva un obiettivo, che era legato alla natura ed alla terra. All’espressione del proprio essere.
Certo le scale sociali erano lunghe e gli scalini troppo alti per poter essere affrontate da tutti. Pochi ascensori sociali. Ma meno ipocrisie. Meno sovrastrutture. Nel bosco potevi salvare una principessa dalle fiere o morire nel sonno, pasto di lupi affamati. Senza sfratti e avvocati, però. Cos’è meglio?
Oggi l’uomo, i giovani in particolare, sono lontani dalla terra. Dalla terra, intesa come questo complesso di relazioni e di intendimenti. Non guardano che alle carte moneta. Anziché guardare alle carte che hanno in mano e che possono giocarsi. Con pochi rischi, procedono in un’esistenza piatta. L’obiettivo? Il denaro. Il denaro a prescindere. A prescindere dai compromessi e dal contesto che glielo procura.  
Vivono spintonandosi, pressati in questi finti ascensori sociali, più simili a dei montacarichi, che, talmente lenti, sembrano non muoversi neanche più.

M.F


25 giugno 2007

Il soffio della terra


Prologo:
Un fighettino della collina Torinese scende dalla sua mini decappottabile. E' sabato pomeriggio, sono le sei e fa caldo. Dopo un'infanzia trascorsa giocando a calcio per strada, elevando talvolta a ruolo di palla le pigne, oramai appanzato ed imborghesito dal salario mensile non gioco se non in qualche centro sportivo. I campi sono in erba sintetica. Il manto, fatto di materiale plastico, sotto il sole di un giugno tropicale, risponde al sole con un suo afflato caldo e chimicamente opprimente. Il fighettino si rivolge all'amico omologo. Stessi pantaloncini a pinocchietto, stesso orecchino e stessa collanina nera. Questa  balza fuori da una polo che lascia intravedere un petto bianco, liscio e lavorativamente anonimo. "Ehi, tutto vorrei fare adesso che sentire quasto caldo che arriva dal campo". Capite sono lì per giocare, ma mostrano quel fastidio tipico di chi si sta recando ad un pruriginoso appuntamento di lavoro. Bah, Puaff. Doppio puaff.
Fine del prologo.

Eppure li ringrazio. Un istante dopo, la mia mente vola per due mila chilometri nello spazio e di 23, 24 anni nel tempo. Sono lì, mi riesco a vedere. Calzoncini corti, i piedi sui pedali, le mani sul manubrio della mia seconda bicicletta. E' rossa e, se hai fantasia, ha un motore ed emette un rombo. La strada è uno sterrato arso dal sole di Sicilia. Il contesto è la campagna, scampata intatta e primigenea alla cementificazione ed a speculazioni edilizie di vario genere.
A Giugno iniziavano le mie vacanze. Ero un bambino che aveva completato il suo anno scolastico in una scuola privata romana. Andavo a trascorrere i mesi estivi nella campagna che fu dei nonni e che adesso non è più. Alle 9, fatta la colazione, saltavo sul sellino e partivo per le mie esplorazioni. Lungo le "trazzere" che cingevano perimetralmente i vari appenzamenti di terra. La prima tappa, obbligata era quella dal Signor Stornello. Lavorava la terra in una serie di poderi confinanti.  Giugno è il periodo dei pomodori. Lui se ne stava curvo a raccoglierli sperando ogni giorno di convincere qualcuno a dargli una mano. Niente da fare, malgrado compensi allettanti, anche i più forti crollavano sotto la fatica della raccolta. Il sole, e la terra non ti risparmiano. Quella resina che rilasciano i pomodori attira qualsiasi tipo di insetto che finisce con l'incollarsi sulla pelle. La pelle suda, si disidrata,  fa le piaghe. E su quelle si posano gli insetti. Le regole della terra sono semplici. Ti da quello che riceve. La tua fedeltà ed abnegazione saranno premiate, ma la terra non si accontenta di sporadici innammoramenti, di passioni passeggere. Ti mette alla prova ed è pronta a giudicarti. Sulla resistenza alla fatica, sulla tenacia che saprai dimostrarle. Lei è lì, da sempre e lì resterà. C'era prima che tu ci fossi. E ci sarà quando non ci sarai più. Le stagioni si alternano, lei no.
Ho aiutato anch'io il mio amico. Poche volte, sporadicamente. Ma l'ho sentito.
Ho potuto sentire quel soffio che emana la terra. Quel soffio che fu del creatore sull'argilla adamitica. Io, poco più che un impasti meiotico sono stato plasmato da quel soffio, ho avvertito l'energia rilasciata dalla terra. Come l'acciao durante la tempra. Si mette nel forno e poi si lascia raffreddare per diventare migliore, più resistente.
Vita di campagna, lui il signor stornello mi diceva poche frasi. Era quasi impacciato, si sforzava di parlarmi in italiano. Un italiano un po' stentato ma lucido, e si rivolgeva a me, fighettino che parlava sempre in taliano e che quasi non conosceva il dialetto della sua terra. Mi presentava le sua figlie, di alcuni anni più grandi. Altri soffi ed altri calure. Materiale onirico per i primi incontri non convenzionali con l'apparato idraulico. E poi le feste di mezza estate. Dove si brindava con gioia al miracolo del raccolto. Allo scambio che si ripeteva tra la natura e l'uomo. Tra il solco e l'aratro.
Per anni non ho più visto nè sentito il signor stornello. Poi un giorno per caso l'ho incontrato. - Signor Stornello, si ricorda?- E lui a me prontamente: "Micheluzzo!"


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permalink | inviato da aronne il 25/6/2007 alle 0:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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