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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



8 febbraio 2012

Laboratorio Israele: suggerimenti per giovani ed esecutivo


Condivido la linea del Direttore Ferrara a proposito delle dichiarazioni che i membri del Governo Monti stanno rilasciando, alla spicciolata, su giovanilismo e mondo del lavoro. Creare una cultura che supporti scelte e linee di governo e che sappia sostituirsi a prassi a volte arruginite è compito di chi governa.
Detto questo, occorre ricordare che l'idea di spingere i giovani verso forme di intraprendenza e di imprenditorialità non è un'idea nuova. Già verso la seconda metà degli anni novanta e poi agli inizi del 2000 i Master in Business Administration indicavano esplicitamente, tra i possibili sbocchi, l'avvio di una iniziativa imprenditoriale. Se non altro perchè le opportunità di fare il cosiddetto challenge di carriera iniziavano a rarefarsi. In quegli stessi anni si assisteva al proliferare degli acceleratori di impresa, quei centri in cui si favorisce la nascita di start-up tecnologiche. Quello che è mancato e manca in questi tentativi e buoni propositi, è la propensione al rischio, la cultura del rischio, ancor prima del capitale omonimo. E manca un programma governativo, come quello israeliano "Yozma", capace di attrarre capitali stranieri e la tenacia del popolo della stella di David che noi italiani abbiamo smarrito.


Su "Laboratorio Israle" (Ed. Mondadori), da poco nelle librerie, ci sono molti spunti per giovani e per l'esecutivo.

                                                                



24 settembre 2010

Salari e lavoro

Qualche riflessione sul tema sollevato lunedì da Lerner all'Infedele.
La sproporzione tra salario e lavoro. QUI
 


18 febbraio 2010

Formazione e Lavoro


11 novembre 2008

Aggiungi un posto a tavola



Il bello del teatro è che specchia la vita più di quanto la vita si specchi in sé stessa. In un mondo in cui modelli di riferimento ce ne sono sempre meno, il teatro almeno ha il merito di ritrarci come siamo. Di essere qual prisma che ci permette di vedere, senza troppo sforzo, senza cambiare la prospettiva, anche i nostri angoli più nascosti. Rispetto ai quali siamo ciechi.

Il teatro, spesso statico, si muove con la forza delle passioni, di quegli istinti irrefrenabili dell'uomo che sono sanza tempo. E che ci tranquillizano sul fatto che l'umanità progredita, globalizzata, precaria e con l'i-pod non è poi tanto diversa a quella di tantissimi secoli fa. C'è sempre un Tito Andronico ed un Aronne. C'è sempre una Desdemona, un Otello ed uno Jago. Macbeth e la sua Lady. Il bello è brutto e il brutto è bello. Che volete. Fatevi pure un profilo su Facebook, ma anche nella più indolente e superficiale attività di relazione, saranno sempre denaro e sesso a darvi la spinta al click. E ci sarà sempre qualcuno che, subdolamente, conoscendo i vostri sentimenti, la vostra sensibilità, il vostro modo di reagire alle cose, agendo senza agire, vi indurrà a maturare consapevoli e per voi inique scelte. Tragedie piccole e grandi, intime, umane e universali.
F. ha dato le sue dimissioni. I tagli rendono la torta più piccola. E non ci sono alternative. O si fanno fette più piccole o si riducono i commensali. Problema di dividendi e divisori quindi. O di quozienti e resti. Quozienti già. E si sa che nel lavoro, al contrario della vita, non si lasciano i dolci ai più giovani, ghiotti di leccornie. Sono i più grandi, che sono già seduti al tavolo, ad approfittare. Non fanno complimenti. Anzi, sul finale di carriera, fanno anche poco jogging. Sarà perchè temono che lasciare il posto vuoto, beh non si mai... E poi perchè loro hanno già dato. E quindi si continuano a prendere il loro bel pezzo di torta, fanno poco moto, ingrassano e per aiutare la digestione comprano l'i-pod al figlio precario. Non hai la torta, ma vuoi mettere: puoi far vedere il pezzo di torta di papà o di mamma, con il tuo i-pod, a tutti i tuoi amici su Facebook?
E così dicevo F., al contrario di tanti suoi colleghi anagraficamente compatibili, decide di dare le dimissioni, di lasciare una sedia del tavolo imbandito a qualcun altro. Gli altri al tavolo a ridere, ridere. Che ridere. A qualcuno sarà anche venuto in mente di togliere la sedia completamente. Altri, indifferenti, sono lì a giocare con la forchetta. A fare i pezzi della propria torta piccolissimi. Tipico di quando sei pieno e non hai più fame. Bizantinamente costretto, svogliatamente, a portare al termine il tuo pasto superfluo. Così stanno, incuranti di ciò che gli accade intorno.
F. no. Come Macbeth, come Tito è giunto alla decisione alla fine di un travaglio intimo e personalissimo. Che queste righe non meritano di raccontare. In nome di una coerenza che non è di questo mondo ha deciso, rinunciando al priviliegio di un posto di lavoro a tempo indeterminato, di lasciare il proprio posto di lavoro anzi tempo, nella speranza che un giovane possa trovare spazio. Il proprio futuro.
Anche qui, in questa storia un Aronne, uno Jago. Che ha giocato le sue carte. Nella più classica banalità del male, senza un secondo fine. Senza un tornaconto. Solo per il gusto freddo di dismostrare a sé stessi di saper indirizzare il corso di un umano singolarissimo destino. Quello di F.


1 luglio 2008

Ma che cazzo lavori a fare?



Periodo di grande lavoro. Si. Il periodo peggiore. Caldo, afa, piogge monsoniche. E tanto, tanto lavoro. Che poi uno che lavora a fare? Un amico che, purtroppo, frequento poco, mi dice:"In fondo lavori per non stare a far niente". Ed è vero. La mattina del 6 Novembre che faresti? Niente, vai a lavorare. Coperto di diritti, eviti le folate di doveri. E quindi lavori. Si ,lo stipendio. Si, l'ingranaggio borghese. La famiglia, la stabilità, la pizza al venerdì, il cinema, la vacanza, i pannolini di grandi e piccoli. E quindi lavori. Ma al netto dei soldi, dell'ingranaggio piccolo borghese, diciamocelo:"Ma chi cazzu lavuri a fari?"

E qui inizia la filosofia. C'è chi ti impistoletta con "il lavoro nobilità l'uomo". Oppure "il lavoro rende l'uomo libero" - "Lavoro= emancipazione".
C'è chi la mette sul capitalismo e sul consumismo. Lavori per avere redditto, quindi flussi, che concorrono aad accumulare patrimonio, quindi stock. E poi? E poi prendi lo stock e te lo spendi con altri flussi (-). E così la domanda cresce, l'economia gira. E siamo tutti consumati e contenti.
C'è chi la mette sul piano socialista marxista. Di solito ha i pantaloni grigi e, appena inizia a parlare, salta il satellite, e lo vedi in bianco e nero. E, se fa caldo, con i moschini anche! E ti dice che il lavoro è lo strumento con cui i ricchi, pochi, sfruttano i lavoratori, poveri e tanti.
Epperò, se parli di lavoro, specie se ne parli al lavoro, si fa più in fretta a far passare la giornata di lavoro. Senza lavorare.

Ma la mia domanda torna:"Ma chi cazzu lavuri a fari?" C'è chi lavora per l'autoaffermazione di sè. Perchè crede di avere delle capacità, ha voglia di fare, di contribuire al "progresso". Beninteso, "progresso" è parola contentitore. Dice e non dice un cazzo.
Ma, in una certa misura, è così. So che c'è chi ci crede in quello che fa. E tutto l'argilloso mondo, del Nord del Mondo, alla fine, funziona grazie ad un certo numero di persone che ci danno dentro e cercano di fare il loro. Il loro dovere. Poi, quattro teste di cazzo governano, e per fortuna, non riescono a disfare proprio tutto. Proprio tutto il buono che è stato fatto.
Io mi sento tra quelli che, nel suo piccolo, spinge la carretta. Eppure, ieri, mi sono sentito dire:"Lei mi sembra ci metta buona volontà".
Ecco, se uno mi dice che il mio lavoro dimostra buona volontà io m'incazzo. M'incazzo forte. La buona volontà è la virtù di coloro che non sanno fare un cazzo. E che si impegnano tanto. Quantità senza qualità. Se uno lavorasse per i soldi, volontà o non volontà, basta che c'è lo stipendio e chi se ne fotte. Ma chi è abituato a metterci la faccia ed a volte anche qualcos'altro in quello che fa, beh, diciamo che i soldi non bastano. Ed è un bell'anacoluto. Serve la gratificazione personale e del team che ti circonda. Ma è utopia. E' utopia perchè il mondo del lavoro, anche il più dinamico, quello "high profile", come tale si atteggia, è un mondo di competitivi ominicchi. Che malgrado l'età, l'esperienza, i soldi, e tutto il resto vivono di invidia, di rivalsa e della voglia di presenzialismo. Di quel vanitoso, pruriginoso desiderio di contare. E conta! 1,2,3. In "R", mi pare, i numeri sono infiniti.
Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto è colui che, nel nome della buona volontà....
La mia domanda torna:"Ma chi cazzu lavuri a fari?"


14 marzo 2008

Donne, uguaglianza, barba e capelli



Da Aronne del 07/09/2006


Sabato pomeriggio, sono dal parrucchiere. Il salone è gestito da una coppia di socie, titolari dell'esercizio nel quale operano  4 dipendenti regolate con contratto artigiani. Dal momento che è un salone di parrucchiere, la clientela è prevalentemente appartenente al sesso debole.
Attendo un'ora il mio turno. Il protocollo prevede lo shampoo prima del taglio. Per niente rinuncerei alle mani di Margherita, un donnone biondo, americana di origine calabrese, che vista la mole probabilmente sarà arrivata a Torino con qualche Katrina o affini alcuni anni fa. E' la mia shampista di fiducia, di una simpatia dirompente, pari alla mole. Parliamo sempre un pò del più e del meno. E' gradevole, e, specie dopo una settimana trascorsa con i 'vadical chic' di stampo sabaudo, un pò di sana aria di borgata (di pasoliniana memoria) è una brezza rasserenante.

Ma veniamo al punto. Margherita mi confida, con la sua consueta flemma ed il suo solito atteggiamento servile ma non sottomesso "ricordate lo zio di Guido (Benigni) in "La Vita è Bella"? e mi dice: "Da quando ho avuto il mio bimbo sei mesi fa qui il rapporto con le cape è cambiato totalmente. Niente ferie, scalate dai giorni di maternità, niente permessi, orario no-stop 9-19 dal lunedì al sabato e un clima che può essere riassunto con "Prova a sgarrare un'altra volta e sei fuori!"

Preso da un Bakuniano istinto sindacale rinuncio a rilassarmi totalmente al suo massaggio, e una volta sotto la forbice di una delle due socie vado all'attacco, avvalendomi dell'eloquio dei classici, la logica pitagorica ed una simpatia sicula per edulcorare il tutto.
Per la socia non ci sono ragioni, lei è una che si è fatta da sè, divorzi, matrimoni, aborti, viaggi a Sharm, debiti e lavoro sono la sua vita arida e neo-proletaria. Come li aveva ben descritti Tommaso Labranca i neo-proletari vivono delle tre FFF, fiction-fashion-fitness. Nel loro perimetro culturale, nel quel non possono trovare spazio categorie come il liberismo, il capitalismo, l'essere liberali o assistenziali, alberga solo questo convincimento:"lavorare per estrarre da dipendenti/clienti il surplus che possa garantire i valori declinati dalle fiction che sono il vestire fashion dopo essersi fisicamente sistemati con il fitness".

Uno dei miei lettori più assidui di allora, Cincinnato, qui nei commenti, forte della sua cultura e della sua quasi Kantiana impostazione socio-culturale giustamente dice:"Il diritto di procreare investe la sfera privata dell’individuo e di questa sfera non è tenuto a farsi carico il mercato. E qui, o siamo liberali, o non lo siamo", dice una cosa giusta che io condivido.
Tuttavia non è questo il principio che regola l'atteggiamento di tanti/e datori/trici di lavoro che invece bistrattano i propri sottoposti semplicemente in nome di una pregiudiziale visione della realtà. Come nella più classica società 'latina' regolata da rapporti di tipo verticistico, il capo, il Principe se vi piace, non può non essere lupo. Deve erigere gli argini contro la fortuna, deve prevedere che il dipendente per una pura questione di free riding proverà a fregarlo, ad esempio facendosi assumere per poi rimanere incinta. Quindi al diamine le considerazioni se il tasso di natalità è sotto zero, al diamine le considerazioni sul fatto che la società è fatta di vecchi e per i vecchi. Quello che conta è non perdere quel surplus da estrarre anche dal più furbo dei dipendenti dimostrandio di essere più furbi di loro. In questo penso che le donne siano penalizzate più degli uomini.

A meno che come suggerisce il più grande statista di tutti i tempi usano la loro piega più intima per sposare un ricco...Tant'é.

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