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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



28 maggio 2011

Freemont


Sono tempi difficili per le economie dei paesi industrializzati. L’Italia in particolare come recitano da tutte le parti osservatori, commentatori, analisti, ricercatori ISTAT, non cresce. Sembra che ci siamo tutti trasferiti all’Italia in Miniatura a Rimini. Tutti tranne che la Fiat. E già.
Sotto la regia di Sergio Marchionne, la Fiat unica casa automobilistica che produce automobili in Italia, ha deciso di lanciare in Italia un nuovo modello la Freemont. Un SUV. Il più lungo del segmento. E che è prodotto in Messico.
I tempi sono duri, ma mentre per la gente comune questo significa fare economia, per i top - manager questo vuol dire fare economia di scala.
Così mentre dappertutto si parla di darsi una regolata, di modificare il modello di sviluppo, di non sprecare, di cercare di razionalizzare, la Fiat che in America ha deciso di portare la 500, l’utilitaria che strizza l’occhio alla parsimonia, in Italia ci propone la monumentale Freemont. Di 5 metri di lunghezza. Il conducente e il passeggero al fondo viaggiano su due fusi orari differenti.



  


10 febbraio 2011

Tremonti, un premier sulla SA-RC

Eccolo il nuovo premier. Giulio Tremonti. Giulio come Andreotti. Tremonti come Alpi, Appennini e Mezzogiorno.
Ieri Giulio Tremonti è andato da Milano fino a Reggio Calabria. Alta Velocità fino a Napoli, Intercity e regionale da Lamezia Terme fino Reggio Calabria. Da Salerno a Reggio Calabria 7 ore. Con Angeletti e Bonanni che, sicuramente, non gli avranno reso più semplice e divertente il viaggio.
Ma questa è un’investitura. Giulio fa sul serio. E si candida per sostituire il barcollante Silvio. E’ l’uomo dei conti, che piace a Lega e PD. Che dà concretezza in un periodo di così grave crisi economica e una buona immagine all’estero. Di cui abbiamo un gran bisogno.
Il Giulio conservatore, già paragonato a Nitti e Cavour, a grandi e piccoli federalisti dovrà farci dimenticare, in fretta, grandi e piccoli federali.
Il viaggio al Sud non ha niente di letterario. Né Goethe, né Rumiz. E vogliamo sperare che Tremonti non avesse in programma un incontro con Cetto Laqualunque che gli avrebbe senz’altro illustrato le sue pelosissime idee per rilanciare il Mezzogiorno.
Ma è un segnale forte di chi vuole posizionarsi al centro della politica nazionale. In treno a capire i problemi infrastrutturali, logistici del paese. Che già nella sua lunghezza da Nord a Sud ha il germe delle più strutturali difficoltà.
Non a caso nell’anno del centocinquantenario dell’Unità assistiamo alle più forti ed acute spinte secessioniste. Alle più forti tensioni contro l’Unità Nazionale. Il risveglio di un’insofferenza di matrice secessionista che unisce Nord e Sud.
Per Tremonti, moderato leghista, rigoroso economista, acuto tributarista servirà più di uno spindoctor per essere credibile a Nord come Sud. Per tenere unito un convoglio in cui molte regioni, come le carrozze di coda, non hanno più freni e i bagni molto, troppo sporchi.
Tremonti si è lamentato con Moretti dello stato dei treni. Non sarà l’unico esponente dell’attuale burocrazia manageriale ed amministrativa che dovrà fare i conti con il nuovo premier.
Giulio non voleva aprire alla Cina. Quante volte l’aveva detto e scritto. Ma Marchionne anziché girare a destra, andrà a sinistra. Negli Stati Uniti. La prossima settimana, in un incontro che è già un passaggio di consegne, Tremonti e Berlusconi cercheranno di arginare la spregiudicatezza del top manager Anglo-Americano-Svizzero-Torinese.
D'altronde, Silvio (Dorian) conserva la sua faccia pulita mentre Bossi (il ritratto) porta su di sé i segni della decadenza morale e della corruttibilità del primo. La lega non potrà permetterlo a lungo. E per salvare il ritratto, farlo tornare bello come un tempo, dovrà eliminare il perduto Dorian.

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vg


  
  


6 febbraio 2011

Legittima inculata

Oggi Ferrara su Il Foglio prova a costruire un parallelismo molto ardito. Tra Marchionne e Berlusconi. Ovvero tra Fiat e Governo. E quindi, azzardiamo, visto gli sviluppi odierni, anche questo: Chrysler e Storace.
La spregiudicatezza di Marchionne nell’essersi saputo sganciare da Confindustria, quanto mai inutile, oggi ormai relegata a conventicola per caffè letterari, cene culturali, parcheggio di figuri che di industriale hanno solo le chiome metallizzate, viene accostata alla spregiudicatezza di Silvio Berlusconi che nelle sue cene di Arcore ha saputo sganciare Euro in bigliettoni per creare attorno a sé, invece, una conventicola che le chiome le ha ben colorate. Sotto e sopra, diciamo.
La contropartita di tanto spregiudicato riformismo, venduto oggi a 1,30 Euro, perché quello vale, è l’inchiappentamento di tre quarti di società. Le donne che vedono consolidare la loro posizione. Pi greco mezzi. Come direbbe Cetto orizzontalmente e verticalmente. E gli operai. Ma la posizione di questi va vista sotto diversi angoli. La litania di certa sinistra, sindacale anche, dei diritti perduti è una balla ideologica vecchia come i grigio-metalizzati di Confindustria. Il punto è che il riformismo alla Marchionne sta facendo passare come colpa del costo del lavoro la crisi industriale di questo paese che non sa più fare niente su grande scala. Produce prodotti di nicchia che però danno lavoro e cibo a numeri di nicchia. E non ci permettono di competere a livello “Mondo”. Quello che Ferrara chiama riformismo è quindi un maldestro tentativo di risolvere, secondo logiche di cortissimo periodo, beghe interne e locali, o addirittura familiari nel caso del Premier.
Ed infatti, l’agenda Politica di Silvio Berlusconi non ha obiettivi di lungo termine. Un fine ultimo collettivo. Ma nasce dall’esigenza di allontanare dai propri guai giudiziari e personali l’attenzione di quelle stessa collettività verso cui il Governo di cui è presidente è (dovrebbe essere) responsabile.
Il Paese è quindi vittima dei bocchini, dei Bocchino, dei bordelli e dei Casini. E anche se alcuni nomi e termini hanno la maiuscola, è il paese ad essere minuscolo. Dobbiamo sorbirci un Michele Brambilla su La Stampa che ci spiega del perché la bicameralina, del perché del veto di Napolitano, del perché di quella manfrina, di questa leggina, di quell’altra ruffiana, e di quest’ultimo lecchino. Il risultato politico concreto è lo stallo del paese. Che di fatto va avanti mosso da pure forze inerziali. Manifestazione palese del fatto che al governo c’è soltanto una burocrazia inutile. A conferma di come probabilmente una macchina senza nessuno al volante rischia di essere meglio di una mal guidata. Un (brutto) modo per legittimare un risveglio liberale.

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vg


  
  


19 novembre 2010

In altre parole



In altre parole, in questo paese non devi alzare la cresta. Certe cose, certi equilibri non vanno toccati. Vuoi fare il giornalista, bene. Meglio però quello domestico che quello selvatico. Vuoi approfondire, approfondisci ma stai attento che troppo approfondire vuol dire sprofondare. Vuoi capire, fallo pure, ma non esagerare.

Così è nel paese del moderatismo pruriginoso. La verità è che non devi dare fastidio. Non devi sbandierare troppo le tue abilità e competenze. Le tue conoscenze. Né sul posto di lavoro, né a casa tra i parenti, né nella società civile, né in politica e tra le istituzioni. La prassi su cui si è edificata nei secoli la cultura nostrana è coperta da una malta cementizia di paternalismo violento ed autoritario. Fascista e vittimisticamente violento.
Il padre, il dirigente, il leader politico, il ministro, l’establishment tutto, quello con cui devi rapportarti ogni giorno, salvo le dovute eccezioni, ti impone un modello di quieto vivere e rassegnata accettazione dello status quo.

Se vai in un’azienda di grande, peggio se di grandissima dimensione, in Italia pochissime, il 90% delle quali è pubblica o vive di risorse pubbliche, non puoi e non devi “fare”. Perché la maggioranza non “fa”. Non si compete perché il mercato è captive e, se non si compete fuori, non c’è bisogno di selezionare il meglio dentro. Tolto il sano agonismo, lo stimolo a far meglio, è tutto un veleggiare comodamente nella routine.
Qualsiasi tentativo di cambiare rotta viene ostacolato in nome dell’ira degli dei, del fato che potrebbe non essere favorevole. Come nei miti e nelle leggende. In fondo certi personaggi, che fanno parte del cosiddetto management pubblico, si comportano come i Proci. E guai se ritorna Ulisse.
E così ti ritrovi a festeggiare una nuovo prodotto che è il restyling del rifacimento di un suo antenato di 50 anni fa. E devi festeggiare, senza stare a criticare perché fa male al made in Italy. Giovanni Minoli, che come la Comit ai tempi di Mattei c’era ai tempi del Duce così come al tempo della Repubblica, sostiene che a Vieni Via con Me a vincere sia sempre Berlusconi perché Endemol è sua. Sostiene che la Rai è piena di 500, un prodotto made in Italy da cui la Fiat è riuscita e riesce a ricavare profitti perché un ottimo prodotto. Minoli mette però sullo stesso piano, pericolosamente, un prodotto editoriale, televisivo con un prodotto industriale e li guarda sotto la lente del marketing e della comunicazione. Quando invece, forse, un prodotto industriale andrebbe giudicato anche rispetto all’innovazione, all’eventuale vantaggio competitivo che una casa automobilistica riesce a realizzare e che le può consentire di competere sul mercato. Quando invece un programma come Vieni Via con Me non andrebbe solo giudicato rispetto all’azionista di riferimento ma rispetto ai temi che affronta che sono ben diversi da quelli del Grande Fratello che la stessa Endemol produce.
A Vieni Via con Me Saviano prova a rendere televisivo quello che lui ha approfondito. Mettendo in fila, per un pubblico molto vasto, informazioni e ragionamenti. Semplificandone alcune implicite connessioni che un pubblico vasto potrebbe non vedere immediatamente.
La verità è che se le riflessioni incontrano il grande pubblico danno fastidio. E si viene bacchettati, ridimensionati. Zittiti, delegittimati. Per tornare a Minoli sembra quasi che ci sia un po’ di livore per il fatto che la Storia siamo noi la vedono in quattro gatti. Non vorremmo pensare che ciò è dovuto al fatto che il grande pubblico preferisce la Endemol.
La sfortuna di Roberto Saviano è stato quello di finire stritolato dentro una macchina, quella catodica di Rai 3, che ha una targa ben precisa. E che avendo un’identità più forte dell’autorevolezza di Saviano ha finito per targare anche i suoi autorevoli ragionamenti. E così lo ha messo nudo di fronte al linciaggio dei depositari dello status quo.
Perché in questo paese non ci possono essere colpevoli. Né responsabilità. Senza responsabilità vince sempre il più forte e si cementano le distanze sociali più di quanto il reddito e l’evasione fiscale non facciano già. Non ci sono responsabilità da assegnare e quindi neanche ruoli. Senza ruoli non c’è organizzazione. Nel caos ci si può spartire posti, potere, sguazzare alla bene e meglio. Quello che si dimentica è che mentre la macroeconomia è ridistributiva, ridistributivo non è il benessere che è invece funzione di tanti, numerosi altri aspetti e valori. Di denaro ma anche di sogni e di speranza. Di reddito ma anche di alternative ed opportunità. Di identità e di una politica che non scambi i mezzi con i Fini.


1 novembre 2010

I Piemontesi ed il brigantaggio


Dopo l’esecrabile uso della TV, in particolar modo di Rai 3 ad opera di Sergio Marchionne, AD di Fiat Group, oggi, cioè ieri, domenica 31 Ottobre, Lucia Annunziata, sempre su Rai 3, nel suo spazio di approfondimento domenicale “In Mezzora” ha avuto come ospiti un cospicuo numero di operai Fiat. Provenienti da tutti gli stabilimenti del gruppo. Gli operai rappresentanti lo stabilimento di Termini Imerese, in Sicilia, erano in collegamento. Del resto loro sono già più di là che di qua. Il 31 Dicembre 2011 è infatti prevista la chiusura dello stabilimento di Termini da parte di Fiat. E quindi non valeva la pena di farli stare con gli altri. Termini a parte, per mezzora, par condicio è stata fatta. E’ una buona notizia.

Veniamo al merito della replica dei lavoratori. La replica si può riassumere in 4 punti. Innanzitutto ai lavoratori di tutti gli stabilimenti Fiat da Mirafiori a Cassino, da Pomigliano a Termini Imerese, sta a cuore affermare che nei propri stabilimenti non vige l’anarchia come invece aveva sostenuto una settimana prima l’Amministratore Delegato del Gruppo. Non ci troviamo di fronte a stabilimenti fuori controllo. Il tasso di assenteismo, sostengono i lavoratori, è contenuto intorno al 4-5 % ed è omogeneo in tutti gli stabilimenti da Nord a Sud.

Secondo: i lavoratori, numeri alla mano, dimostrando di essere capaci di maneggiare, non solo frese o torni, ma anche qualche calcolatrice, spiegano come, sul costo diretto totale per unità prodotta, il costo del lavoro rappresenti solo il 10 %. A dimostrazione del fatto che un risparmio sui costi del personale non può permettere un radicale miglioramento delle performance di esercizio dell’azienda. La marginalità dipende dalla capacità del management e della rete vendita. Occorre vendere più autovetture ed a prezzi più elevati. Occorre una strategia che preveda novità. Tecnologiche e di prodotto. Altrimenti è solo una corsa al massacro, in una spirale di controllo e riduzione dei costi.

Molti lavoratori presenti in studio hanno rimarcato quindi l’importanza del ruolo della politica. Però assente. Di cui si lamenta la scarsa autorevolezza nel fare da cerniera in un momento così delicato. Dalla quale ci si attende, sul medio e lungo termine, indicazioni di rotta rispetto alla politica industriale del paese per la mobilità: auto, trasporto pubblico, logistica portuale e ferroviaria.

Gli operai e, purtroppo, solo una parte dell’opinione pubblica impegnata segnalano infine un dato preoccupante. La deriva che la presenza di Marchionne a Chetempochefa ha solo reso palesemente manifesta. La deriva di una comunicazione da parte della classe dominante (politici, imprenditori, supermanager iperpagati) che induce l’opinione pubblica a costruirsi un’immagine distorta della realtà del mondo del lavoro ed in particolare del mondo del lavoro al Sud. Il lavoratore Fiat ha notato, con crescente preoccupazione, che sempre più largi strati della popolazione si trovano d’accordo con molte delle tesi esposte da Marchionne in un modo tanto populistico e demagogico quanto efficace da far passare l’equazione: assenteismo, improduttività = anarchia e indolenza. I lavoratori Fiat sono via via sempre più assimilabili a dipendenti pubblici. Protetti e riveriti. Situazione che diventa estrema al Sud.

Questa offensiva contro il lavoro e contro i lavoratori avrà un costo sociale e politico elevato. Si sta compattando un Sud fatto da popolo e lavoratori. Un terzo stato che, se rimane alternativo alla malavita organizzata, può dar vita ad un nuovo e moderno brigantaggio. Un brigantaggio positivo. Rivoluzionario.
I Piemontesi oggi non sono più i Garibaldi, i d’Azeglio che disse in pieno periodo pre-unificazione “la stessa fusione con I Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaioloso” , ma sono i Marchionne, i Cota. Molto più ignoranti dei loro antenati, molto più pagati. Molto più ricchi e potenti. Accumunati da proclami imprecisi, propagandistici che vanno alla pancia di strati medio e piccolo borghesi per legittimare le proprie scelte. Quelle che massimizzano il profitto di pochi in un orizzonte di corto, cortissimo periodo. Che è la logica del finanziere o del politico quando le liste sono bloccate.
E così Marchionne può dirsi metalmeccanico anche se veste solo un maglione blu e non la tuta dello stesso colore. Anche se siede nel Consiglio di Amministrazione della più importante banca d’affari del mondo. La svizzera UBS.
E così Cota, governatore della Regione Piemonte può sostenere una proposta secondo cui le prossime borse di studio assegnate dall’Edisu (ente diritto allo studio universitario) devono essere assegnate solo a studenti del Piemonte e non a studenti a stranieri. Tempi bui. Tant’é.


24 settembre 2010

Salari e lavoro

Qualche riflessione sul tema sollevato lunedì da Lerner all'Infedele.
La sproporzione tra salario e lavoro. QUI
 


30 maggio 2009

FIAT senza OPEL

Mentre Fiat rimane a stomaco vuoto, in Germania se  Magna


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6 maggio 2009

Il mondo dell'auto



Il mondo dell'auto è in fermento. SI va verso la concentrazione. Una volta un auto che corre lungo una rampa di scale avrebbe voluto dire la rottura di ammortizzatori, balestre, cuscinetti assi e semiassi. Oggi invece l'auto, forse, si salverà facendo scala. Economia di scala.


26 settembre 2007

FIAT - PD e la paternalistica leggerezza dell'essere

Marchionne e Chiamparino inaugurano il Mirafiori Baby. Marchionne:"Quando sono arrivato in Fiat, nel 2004 - ha confidato Marchionne - sono rimasto allibito per le condizioni dei nostri dipendenti, per questo ci siamo impegnati a umanizzare la fabbrica. E i frutti si vedono'', ha sottollineato riferendosi ai miglioramenti che hanno riguardato docce, spogliatoi, bagni e mensa e che proseguiranno con la realizzazione anche di un supermercato interno".
Poi,
a margine dell'inaugurazione del nido aziendale del Lingotto, il botta e risposta tra l'ad della Fiat e il sindaco di Torino. 
A iniziare e' il sindaco di Torino che, ricordando un impegno precedente per una partita a scopa, gli propone di giocarsi il futuro della Fiat. Immediata la risposta: ''La partita la faccio quando vuoi - replica Marchionne - ma il futuro di Mirafiori non lo metto certo sul tavolo, se vuoi come posta mettiamo il tuo futuro partito''. ''Quello lo metto volentieri - ribatte il primo cittadino - anche perche' non e' detto che se perdo non sia contento, ma se vinco, cosa ci guadagno?'', chiede. ''Che mi metto a fare politica insieme a te'', e' la scherzosa risposta di Marchionne.

Marchionne ha studiato e lavorato in Canada, stile anglosassone, ha portato bei risultati. Bene. Ma ci pare che adesso si stia integrando troppo nella cultura d'impresa italiana. Quella che con la mia rubrichetta, quella di cui trovate qui nella colonna in basso a destra, ho cercato di rendere conto. Sul tema se volete qualche spunto che sottoscrivo, ecco
le seguenti considerazioni.

M.F


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