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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



29 aprile 2010

4 matrimoni in 4 mesi

Questo post è una piccola riflessione che inaugura per il sottoscritto un periodo di grande sofferenza. Forse, anche di qualche isolato e concentrato piacere. 4 matrimoni in 4 mesi. Già.
Ora, sul matrimonio si potrebbe discutere giorni senza arrivare a nulla. Gente che si sposa non arriva a nulla anche dopo anni. Per cui, figuriamoci...
Qualche piccola osservazione, però, vale la pena farla. Aiuta a buttare fuori un po' di acido, prima, per evitare di allungare le digestioni, poi.
Prima riflessione. Mi sono sempre chiesto perchè si chiama matrimonio e non patrimonio. Perchè due termini così simili abbiano due significati così distanti. Mi sono dato questa risposta: Matrimonio e Patrimonio sono come Impieghi e Fonti nel libro contabile. Uno dei modi per impiegare il patrimonio è il matrimonio. L'uomo (patri) porta i soldi a casa e la donna (matri) li impiega. Mi sposo (matrimonio) e mi impiego nel patrimonio. La borghesia, che è abile nell'esercizio sottile dell'ipocrisia, preferisce parlare di matrimonio e basta, celando, dietro le quinte, alle spalle dell'altare, il patrimonio. Una prosaica tecnicality. Come negli affari. Ci si da una stretta di mano in pubblico. Poi ai dettagli penseranno gli avvocati. O i ministri del culto. Paraculi e paraculti vanno a braccetto.
Messa da parte questa riflessione un po' scontata sull'officio, veniamo ad alcune più folkloristiche distorsioni correlate.
Partono gli inviti. Per semplificare consideriamo cento partecipazioni. Ciascuna mediamente per due persone. Nella maggior parte dei casi l'invitato è uno dei due destinatari della partecipazione, l'altro è il consorte o la consorte. Tant'é.
Statisticamente su una ventina di matrimoni cui capita di essere inviatati, se si è fortunati, in una decina uno dei due (più lui di lei) eviterebbe di andare. Anche se non puoi dirlo apertamente perchè l'esercizio che la borghesia impone inizia 40 giorni prima della cerimonia, diciamo che non te ne frega un cazzo. Ma ci vai. In fondo, fai compagnia alla tua dolce metà. Magari sfrutti l'occasione per un viaggetto. Di solito, se sei fortunato, finisci in qualche bel posto. Ma nella sostanza al matrimonio fai solo presenza. Se capita di finesettimana, l'uomo patisce in qualche momento la lontananza dal televisore. Specie in questo finale turbolento di campionato soffre di non poter seguire la giornata calcistica con i suoi verdetti. Può effettivamente essere un dramma. Puoi individuarlo facilmente l'uomo che non è l'invitato ma accompagnatore di inivitata. Ha quello sguardo tipico di chi, durante la cena (specie di un sabato), vaga cercando in qualcuno degli altri sconosciuti con cui è al tavolo, un'intesa, un po' di solidarietà. Magari una connessione ad internet per avere un aggiornamento del posticipo. Le donne (in veste accompagnatrici), invece, si comportano in maniera completamente differente. Per loro sono i momenti più belli dell'esistenza. Ci si veste, ci si trucca e si perde tempo. In macchina, in pulmann, in treno, in albergo, al ristorante, facendo fotografie, chiacchierando di stronzate. E' decisamente il loro habitat. Alcune, anziane, sfoderano un'euforia da baccanti. I piedi tornano per qualche ora piccoli e stretti ed entrano miracolosamente dentro scarpe che evocano le chiglie di scafi da competizione. Come mettere delle mercedes dentro dei garage dove a stento entra una 500. Solo che anche Cenerentola, che doveva essere una gran figa, aveva i minuti contati. E così, inesorabilmente, il trucco a metà del rinfresco, inizia a cedere mostrando delle fessurazioni simili allo scorrimento delle placche tettoniche. Le piante dei piedi tornano a chiedere impetuosamente, come il vajont, spazio agli argini che cinici stilisti hanno progettato. Gli aloni fanno il resto. Della loro carcassa ormeggiata di sbieco su qualche poltrona, durante pietosi momenti danzanti che hanno il solo vantaggio di far abbassare le luci, rimane solo il vociare squillante e caciaroso con cui rimbabisono chi gli passa intorno.
Le più giovani specie se, come capita di frequente, provengono da regioni diverse dedicano il loro tempo a riflettere sulla differenza dei costumi. E' tipico che quelle che vivono al Nord vedano ancora in voga tra quelle che vivono al Sud cliché da primo dopoguerra. E ci danno dentro su quanto sono classiche e superate certe usanze, la mentalità ecc.

Hanno l'atteggiamento che è perfettamente descritto nel film l'Uomo delle Stelle interpretato da Sergio Castellitto - (una delle sue migliori interpretazioni, probabilmente per via del fatto che gli veniva naturale essere come il personaggio che interpretava). In quel film Castellitto era un modesto furfante romano (Joe Morelli) che si guadagnava da vivere facendosi pagare da persone umili provini fotografici che millantava fossero destinati a importanti registi e uomini dello spettacolo. Lui non li avrebbe mai consegnati a nessuno. Il film è girato nella Sicilia del primo dopoguerra dove contadini, poveri disgraziati, scampati alle guerre di liberazione/occupazione del 900, si concedevano nella loro ingenua e più sincera autenticità. Joe Morelli non capiva che la truffa non riguardava gli spiccioli che andava estorcendo, ma riguardava quegli spaccati di vita che faceva suoi indebitamente.
E così, quando un gruppo di uomini d'onore chiedono, con la stessa umile genuinità dei poveri contadini, un servizio fotografico “fatto bene” per un loro “Don” testé scomparso, Joe Morelli fa male i suoi conti... La gente è disposta a dire più verità davanti ad una macchina fotografica piuttosto che davanti ad un paio di manette. Ma se la macchina fotografica è vuota...eh, Moré?!. [parte marcia funebre “Cristo alla Colonna" scritta dal Maestro Belisario di Ispica (RG)” ]


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permalink | inviato da aronne il 29/4/2010 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 agosto 2007

Riti



Agosto, tempo di vacanza, tempo di matrimoni, anche. Con un anno di anticipo, è uso, ci si industria per essere in quella Chiesa, e non in quell’altra. In quella piccola, lì sul colle, o in quell’altra quella Barocca. La parrocchia, quella cui si appartiene non c’entra. Il parroco, quello che ti conosce da quando eri piccolo, o piccola, non conta. Neanche. E se proprio ti conosce, lo si può portare per officiare o per affiancare il parroco della Chiesa “in”.
Il matrimonio è tecnicamente il rito con cui si sancisce la fine della costruzione della famiglia. E’ la cerimonia della rottura della bottiglia al varo della nave. E’ già della famiglia, delle famiglie. E’ già loro. Sono le famiglie, quelle di origine che ne reggono il canovaccio. I due attori finiscono sullo sfondo, precipitano come dei sali in una soluzione che spesso finisce in problema. L’inizio è alla fine. Fluttuano come microrganismi nel mare, per anni, sospesi. Adesso un’onda impone una direzione, una spinta. Bene. Male.
Lo so. Toccare i valori è esercizio masochistico. Specie in vacanza. Specie sotto gli ombrelloni. Lo è anche in politica. Ed infatti, ecco la carta e la penna. Il giornale, la tastiera. Cose che accettano quello che dico, in silenzio. La tastiera per la verità singhiozzando. Mi faccio aiutare dalla parola, come sempre quando la semantica e la semiotica giocano brutti scherzi, quando le insidie del frainteso, del“ volevo dire” e di “quello che si capisce” possono celare trappole in pranzi con tanti, troppi commensali. Matrimoni, riti, mariti, riti smarriti. Riti, quanti pruriti. Riti, rate, sacra rota e artriti.
Matrimoni, riti, triti e ritriti. Il rito è stazione della vita crucis. La vita scorre su un binario, è viaggio. E non c’è viaggio senza una stazione di partenza ed una di arrivo. La gente sale sul treno ed entra nella tua vita. Poi, verrà il tempo di scendere. Ma le stazioni, quelle, ti fanno ricordare dei luoghi attraversati, dei mille intoppi e delle belle serate. Ci sono i ritardi, gli scioperi e i supplementi. Ma alla fine non c’è piacere più bello che vedere una mano che ti saluta, da un finestrino abbassato, qualcuno che aspetta il tuo arrivo non vano.
I riti sono oggi vagoni chiamati a portare sempre più significati. Ma spesso finiscono come tolette male attrezzate.
Vagoni su cui  salivano giovani ed adulti erano a scendere. Il dente nuovo che prende il posto di quello da latte. I denti del giudizio, quelli,  su treni più veloci impiegano più tempo di prima.
Riti, smarriti. Persi a pensare a stazioni passate. Le stazioni che indicano la strada intrapresa. Funzionali a coloro che ci vorranno seguire. Ed a quelli che ci vorranno lasciare. Senza destinazioni del resto non c’è una meta, non c’è  dopo. E senza dopo è così difficile raccogliere i cocci del prima. Senza destinazioni, senza tappe nel viaggio si finisce a muoversi confusamente. Agitarsi intorno ad un punto.
Un binario sottrae gradi libertà. E, questa per quanto la si agogni, è dono difficile da vivere completamente. Vuole coraggio e passioni. Tant’è.
Un deserto, una indefinita distesa di sabbia o di ghiaccio sono paesaggi, sono vite dove rimanere in un immobile successione di stati di movimento, di equilibrio indifferente. Ininterrottamente a decidere sempre. Decidere niente.

M.F


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permalink | inviato da aronne il 7/8/2007 alle 15:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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