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14 novembre 2008

Cultura in pericolo

I tagli imposti da Tremonti raggiungono anche la cultura. Dopo la scuola, anche i teatri lirici. E tra gli addetti ai lavori ci si mobilita. Dai diretti interessati, personaggi artisticamente indiscutibili, viene il grido di allarme e l'esortazione alla mobilitazione. Che è discutibile. Perchè grida al taglio dei fondi senza proporre alternative. Nè nel merito, nè nel metodo. Se c'è da tirare la cinghia, dobbiamo farlo tutti. E forse, alcuni notabili del mondo dell'arte potrebbero, rinunciando al loro eterno ruolo di prime donne, fare un passo indietro rendendo automaticamente meno oneroso il costo per la collettività della loro arte. E magari potrebbero trovare spazio dei giovani, a costi inferiori.

Dal teatro regio di Torino arriva questa mail d'allarme
"Carissimi la cultura nel nostro paese è in pericolo, Il Teatro Regio di Torino si impegna a sensibilizzare tutti i cittadini attraverso un’iniziativa diversa e costruttiva. Partecipate!"

Tuttavia anche tra gli appassionati, questo modo di agire, mai costruttivo, da parte di coloro che da dentro potrebbero fare delle proposte costruttive, inizia a urticare e partono delle risposte di mobilitazione critica:

"Incipit: “Mi sedetti dalla parte del torto avendo compreso che dalla parte della ragione i posti erano già tutti occupati” (Berthold Brecht).
E’ il momento di fare delle proposte costruttive, non basta dire sempre: No! Non possiamo pensare che le vere riforme, quelle che servono veramente, vengano solo dall’alto. Innanzitutto ognuno di noi deve fare autocritica. Chi più chi meno non ha potuto non vedere dove stavamo andando, quali scelte sbagliate stavamo facendo. Ma per un’infinità di motivi siamo stati zitti. E questo vale per gli Enti lirici, per l’Università, per gli Enti di ricerca, per l’Alitalia, per tutti quei carrozzoni che garantiscono privilegi per pochi i quali, con miopia patologica, non accettano di lasciare spazio ai giovani, che sono le vere vittime di questo sistema che si sta sgretolando.
Il teatro Regio di Torino sarà certamente un Ente virtuoso, ma ha sempre fatto parte di un sistema che per una sciagurata gestione delle risorse è ormai arrivato al capolinea. Produzioni faraoniche utilizzate per sei, sette recite senza che nessuno si opponga a questo spreco. Assoluta mancanza di coordinamento; sempre gli stessi notabili incapaci di fare un passo indietro. Non ho sentito nessuno denunciare gli sperperi di un Ronconi che in occasione delle Olimpiadi ha fatto spendere alla città una fortuna. Ma invece mi è toccato leggere che Enrico Salza, alla domanda di un giornalista, ha avuto il coraggio di affermare che “non vedeva nessun giovane in grado di prendere il suo posto”. Ma questa classe di vecchi insaziabili non si rende conto che affermazioni come questa sono la confessione dell’incapacità di selezionare e formare? O sei stato così miope da essere stato incapace di individuare i bravi che non puoi non aver incontrato nel corso della vita o sei così modesto che hai sempre scelto i mediocri per la paura di essere messo in ombra.
L’altra sera sono andato a vedere uno spettacolo di giovani; la manifestazione si chiama Rigenerazione. Quanta gioia di fare, quanta freschezza in quelle proposte. Sono uscito stimolato ed incazzato. Stimolato per aver colto in quei giovani l’entusiasmo che nasce in chi crede che tutto sia possibile. Incazzato perché ho pensato a quanti vecchi tromboni chiudono la strada a chi ora avrebbe proprie ali per volare.
Ma perché la Scala non va contro corrente, non scrittura per la regia della sua serata inaugurale i giovani dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica? Sarebbe un segnale forte che farebbe riflettere. Si teme forse che, senza i costumi della Squarciapino, i Ligresti, le veline e le Eveline lascerebbero vuote le poltrone della sala del Piermarini?
Perché per mettere in scena lo stesso titolo con praticamente lo stesso cast in due teatri italiani occorrono due mesi di prove (un mese nel teatro A e l’altro mese nel teatro B) solo perché sono cambiati il direttore d’orchestra ed il regista?
Ma ci rendiamo conto dei costi assurdi che questa disorganizzazione comporta? Quanti ricercatori potremmo pagare risparmiando, senza penalizzare i melomani (tra i quali il sottoscritto) che affollano i teatri d’opera italiani.
Ma lo sanno coloro che dicono “NO !” senza proporre nulla di nuovo che dei 4200 posti messi a concorso in varie università e di cui tanto parlano gli organi di informazione circa 400, cioè un decimo, sono per nuovi ricercatori? Tutti gli altri sono per professori associati ed ordinari?
E così si blocca la possibilità di nuove immissioni per un’intera generazione di giovani. Per questi motivi, invece che far vedere quanto è virtuoso il Regio di Torino, avrei preferito ascoltare proposte capaci di indicare un percorso nuovo, che comunque, volenti o nolenti, si dovrà imboccare.
Epilogo: “Due sono le cose che dovremmo lasciare ai nostri figli: radici ed ali”(Goethe). Perché la mia generazione non capisce che alla base di ogni cultura che non si richiuda su se stessa non può che esserci questa filosofia di vita?"

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