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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



30 ottobre 2008

U squalu



Ho fatto un sogno. Ero al traguardo di una pista da sci. Che cazzata! Mai stato in una pista da sci. Mai sciato. Ho visto lo sci solo ai tempi di Tomba. Trapassato, e anche remoto dunque.
Guardavo alle manches con l'occhio tipico dell'italiano medio. Che tifa sportivi “italiani” sciovinisticamente. Ossequiando, con italico patriottismo, al militare dell'arma cromaticamente diversa ogni volta. Fiamma gialla, fiamma oro. Per una volta, solo per una, si è tifosi di sport sconosciuti. I più disparati a volte. Scherma, canottaggio, sci, ippica, vela.
Così era stato anche per Tomba e per lo sci. Per me s'intende. Che non vorrei ferire gli sciatori. E ricevere slavine di insulti. Bene. Insomma avevo nella testa qualche immagine di un parterre di arrivo di una gara sciistica. E questo è bastato all'imponderabile videogioco che è il cervello umano quando sloggato dall'utente di giorno, si autentica con quello notturno. Notturno ed onirico. Ecco. La testina di questo magnifico personal computer girovaga tra le migliaia di locazioni di memoria. E' spinto dalla chimica e scatena impulsi elettrici. Che hanno una logica. Ma che ci è imperscrutabile. Come la cinepresa del grande regista raccoglie pezzi di vita vissuta e le cuce come il sarto il suo capo. Ne nasce una vicenda che vediamo come seduti al cinematografo. Sulla retina si apre un oblò, come all'inizio dei film di 007. A volte ci vediamo in terza persona. Gli Inglesi se ne accorgono perchè il sottotitolo delle azioni che compiono sono tutti con la “s” finale.
Ma a volte capita di non vedersi, ma di essere ciascuno il proprio cameramen. Operatore alla camera che filma la vicenda. Quella che il personal computer sta confezionando. Siamo scelti come protagonisti, a volte, oppure si è solo comparse. A volte siamo semplici cameramen cui si svela dietro l'apparenza del cortometraggio fantastico, la novella verista della propria infanzia rimossa. Mentre arriva uno dei primi sciatori, e si applaude mentre la neve fresca schizza da sotto gli sci colpendo la telecamera, vedo che tra gli spettatori ci sono molte faccie conosciute. Che non vedevo da tempo. Volti dell'adolescenza. I compagni delle serate al muretto della Villa. Al paesello. Dove sono rimasti i parenti, muti all'interno delle mura domestiche. Mura che rilasciano nel silenzio, ora, le eco delle urla delle angherie e torti perpetrati allora. Dove sono rimasti alcuni di quegli amici che erano orecchie per rari momenti di svago. Che erano e sono gli stessi. La garanzia di esistere ancora in quei luoghi pur non essendoci. Ciascuno aveva la sua “ngiuria”. Il nickname. Il più tipico e diffuso era “u squalo”.
Guardo quelle facce, gli amici, corro con la camera da cineoperatore per immortalarli tutti. Sorrido nel sonno. Poi ad un tratto stupito noto che c'è anche Roy Scheider. Roy Scheider, già. L'attore della saga “Lo Squalo”. E parlando nel sonno, per urlarlo ai miei amici:”Picciutti c'è “u squalo”, u squalu vero!”


1 luglio 2008

Ma che cazzo lavori a fare?



Periodo di grande lavoro. Si. Il periodo peggiore. Caldo, afa, piogge monsoniche. E tanto, tanto lavoro. Che poi uno che lavora a fare? Un amico che, purtroppo, frequento poco, mi dice:"In fondo lavori per non stare a far niente". Ed è vero. La mattina del 6 Novembre che faresti? Niente, vai a lavorare. Coperto di diritti, eviti le folate di doveri. E quindi lavori. Si ,lo stipendio. Si, l'ingranaggio borghese. La famiglia, la stabilità, la pizza al venerdì, il cinema, la vacanza, i pannolini di grandi e piccoli. E quindi lavori. Ma al netto dei soldi, dell'ingranaggio piccolo borghese, diciamocelo:"Ma chi cazzu lavuri a fari?"

E qui inizia la filosofia. C'è chi ti impistoletta con "il lavoro nobilità l'uomo". Oppure "il lavoro rende l'uomo libero" - "Lavoro= emancipazione".
C'è chi la mette sul capitalismo e sul consumismo. Lavori per avere redditto, quindi flussi, che concorrono aad accumulare patrimonio, quindi stock. E poi? E poi prendi lo stock e te lo spendi con altri flussi (-). E così la domanda cresce, l'economia gira. E siamo tutti consumati e contenti.
C'è chi la mette sul piano socialista marxista. Di solito ha i pantaloni grigi e, appena inizia a parlare, salta il satellite, e lo vedi in bianco e nero. E, se fa caldo, con i moschini anche! E ti dice che il lavoro è lo strumento con cui i ricchi, pochi, sfruttano i lavoratori, poveri e tanti.
Epperò, se parli di lavoro, specie se ne parli al lavoro, si fa più in fretta a far passare la giornata di lavoro. Senza lavorare.

Ma la mia domanda torna:"Ma chi cazzu lavuri a fari?" C'è chi lavora per l'autoaffermazione di sè. Perchè crede di avere delle capacità, ha voglia di fare, di contribuire al "progresso". Beninteso, "progresso" è parola contentitore. Dice e non dice un cazzo.
Ma, in una certa misura, è così. So che c'è chi ci crede in quello che fa. E tutto l'argilloso mondo, del Nord del Mondo, alla fine, funziona grazie ad un certo numero di persone che ci danno dentro e cercano di fare il loro. Il loro dovere. Poi, quattro teste di cazzo governano, e per fortuna, non riescono a disfare proprio tutto. Proprio tutto il buono che è stato fatto.
Io mi sento tra quelli che, nel suo piccolo, spinge la carretta. Eppure, ieri, mi sono sentito dire:"Lei mi sembra ci metta buona volontà".
Ecco, se uno mi dice che il mio lavoro dimostra buona volontà io m'incazzo. M'incazzo forte. La buona volontà è la virtù di coloro che non sanno fare un cazzo. E che si impegnano tanto. Quantità senza qualità. Se uno lavorasse per i soldi, volontà o non volontà, basta che c'è lo stipendio e chi se ne fotte. Ma chi è abituato a metterci la faccia ed a volte anche qualcos'altro in quello che fa, beh, diciamo che i soldi non bastano. Ed è un bell'anacoluto. Serve la gratificazione personale e del team che ti circonda. Ma è utopia. E' utopia perchè il mondo del lavoro, anche il più dinamico, quello "high profile", come tale si atteggia, è un mondo di competitivi ominicchi. Che malgrado l'età, l'esperienza, i soldi, e tutto il resto vivono di invidia, di rivalsa e della voglia di presenzialismo. Di quel vanitoso, pruriginoso desiderio di contare. E conta! 1,2,3. In "R", mi pare, i numeri sono infiniti.
Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto è colui che, nel nome della buona volontà....
La mia domanda torna:"Ma chi cazzu lavuri a fari?"


23 novembre 2007

Viaggio in Sicilia



Moonrise over the Sea  (1822)
- Caspar David Friedrich -
oil on canvas Nationalgalerie, Staatliche Museen zu Berlin

Sono stato assente per giorni. Su questo luogo, aronne, in cui vengo a depositare le impressioni che non sempre posso depositare altrove. Sono tornato in Sicilia. In un periodo dell'anno in cui,ormai da 15 anni, non mi capitava più di andare. Sono stato in quei giorni della settimana, il lunedì, il martedì atipici per un viaggio.

Mi hanno costretto motivi familiari. E' strano doverlo riconoscere, quasi paradossale. Ma la ferialità, l'urgenza, l'imprevisto finiscono con l'essere le uniche armi contro la serialità delle mie giornate. Riscoprire luoghi, odori, profumi, persone solo perchè si vedono un lunedì di Novembre mentre, bevendo decine di caffé e fumando anche lo scatolo delle Marlboro, attendi il dottor House di turno che, con cinismo televisivo, ti dice: "Tuttappuostu".

Così è, ed è stato. La famiglia quella di origine, frullata da quel meccanicistico procedere del tempo, in quell'incessante erosione cui tutti siamo sottoposti, si è presentata a me sotto un'altra luce. Per una volta. Ma questo già basta. Non importano le considerazioni che a valle uno potrebbe, vorrebbe fare. Conta quel momento, quell'immagine che impressiona la propria mente. Senza chiaroscuri, senza il bisogno che il ricordo lontano sfumi l'emozione trascorsa. Senza bisogno che la morfina ammorbidisca i contorni di episodi, non sempre piacevoli. Per una volta è tutto capovolto. Il momento, il vissuto è stato piacevole, il calore umano si è sentito, la vita in quel momento è stata goduta. Ed è un miracolo. Dopo, gli anni sfumeranno il ricordo, ma non importa. Di ricordi non si vive, si sopravvive. Quando vi si ricorre è per via di un poco soddisfacente presente.

La Sicilia è una terra disgraziata, lo rimarrà sempre credo. Quando l'aereo si stacca da terra a Catania dove l'Etna ti guarda già addobbata per Natale, non resisti. Qualcosa ti stringe il petto. L'aereo sale, attraversi le nuvole. Come una pellicola che si riavvolge rivedi i tre giorni trascorsi. I fotogrammi che hai immortalato sono quelli delle emozioni. E' l'unico motivo per cui ha senso vivere ed anche morire. I legami di sangue non valgono niente se accanto non c'è un comune sentire, se non si è in grado di darsi senza ricevere.
La storia non è altro che la somma delle esperienze e delle emozioni di ciascuno. I ricordi più vivi sono infatti quelli legati ai momenti in cui le emozioni, come dei fasci muscolari, trattengono le articolazioni delle singole storie personali e permettono di fare i passi, permettono il procedere degli eventi. Il canovaccio, quello, verrà da sé. Imperscrutabilmente.
E così è infatti. Ritrovi lo zio che hai sempre sentito vicino ma mai frequentato. La pupilla ne aveva l'immagine immortalata quando eri bambino. Scopri che, a volte, non conta prendere lo stesso treno. Basta percorrere binari paralleli. Le stazioni ognuno nel suo viaggio esistenziale non le sceglie, gli scambi neanche. E putroppo neanche capitreni e capistazione. Tant'é.  Ed in Sicilia, lo sapete da voi,  le ferrovie non funzionano molto bene.

Oggi si tende a dimenticare, a non avere memoria. Perchè la serialità, l'omogeneizzazione di massa, per vivere, deve fagocitare il passato prossimo e rendere indicativamente la vita imperfetta. Problema di grammatica quindi. Di modi e tempi.

M.F


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11 maggio 2007

Post intimista

E' un periodo in cui sono molto indaffarato. Vivo l'aridità di chi vive schiavo del lavoro. Vivo cibandomi dello stress indotto dalle mille attività quotidiane. Quasi detesto la rilassatezza che mi porta il fastidio di dover pianificare i tempi morti.
E la detesto quando, se mi fermo e penso, scopro che questo tempo, questo tempo di cui si è gelosi custodi, o almeno di cui si vorrebbe esserlo, è perduto quando lo si trascorre con persone con cui non si è in sintonia. Tant'è. Mi capita molto di frequente di trascorrere del tempo con persone con cui circostanze, solo circostanze, mi hanno portato a frequentare.  Persone classiste. Timidi, ipocriti. Problemi mi si dirà di tutti. Una cosa normale. Infatti non preoccupatevi per me, per questa mia amara constatazione. Non volevo però passare per ipocrita ed ho preferito urlare un sonoro vaffanculo a quanti ho elencato. Molti non lo sapranno mai. Ma magari qualcuno sì. E qualcun altro lo verrà a sapere con il passaparola. Altri ancora si chiederanno se ne fanno parte.

A me invece dedico questa poesiola del grande Totò. Giusto per ricordarmi che queste son cazzate. Una matefisica spicciola, ma piacevolmente vera.

'A verità vurria sapè che simme
'ncopp' a sta terra e che rappresentamme:
gente e passaggio, furastiere simme;
quanno s'è fatta ll'ora ce ne jammo!

[Da 'A Livella, TOTO']


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