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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



7 agosto 2007

Riti



Agosto, tempo di vacanza, tempo di matrimoni, anche. Con un anno di anticipo, è uso, ci si industria per essere in quella Chiesa, e non in quell’altra. In quella piccola, lì sul colle, o in quell’altra quella Barocca. La parrocchia, quella cui si appartiene non c’entra. Il parroco, quello che ti conosce da quando eri piccolo, o piccola, non conta. Neanche. E se proprio ti conosce, lo si può portare per officiare o per affiancare il parroco della Chiesa “in”.
Il matrimonio è tecnicamente il rito con cui si sancisce la fine della costruzione della famiglia. E’ la cerimonia della rottura della bottiglia al varo della nave. E’ già della famiglia, delle famiglie. E’ già loro. Sono le famiglie, quelle di origine che ne reggono il canovaccio. I due attori finiscono sullo sfondo, precipitano come dei sali in una soluzione che spesso finisce in problema. L’inizio è alla fine. Fluttuano come microrganismi nel mare, per anni, sospesi. Adesso un’onda impone una direzione, una spinta. Bene. Male.
Lo so. Toccare i valori è esercizio masochistico. Specie in vacanza. Specie sotto gli ombrelloni. Lo è anche in politica. Ed infatti, ecco la carta e la penna. Il giornale, la tastiera. Cose che accettano quello che dico, in silenzio. La tastiera per la verità singhiozzando. Mi faccio aiutare dalla parola, come sempre quando la semantica e la semiotica giocano brutti scherzi, quando le insidie del frainteso, del“ volevo dire” e di “quello che si capisce” possono celare trappole in pranzi con tanti, troppi commensali. Matrimoni, riti, mariti, riti smarriti. Riti, quanti pruriti. Riti, rate, sacra rota e artriti.
Matrimoni, riti, triti e ritriti. Il rito è stazione della vita crucis. La vita scorre su un binario, è viaggio. E non c’è viaggio senza una stazione di partenza ed una di arrivo. La gente sale sul treno ed entra nella tua vita. Poi, verrà il tempo di scendere. Ma le stazioni, quelle, ti fanno ricordare dei luoghi attraversati, dei mille intoppi e delle belle serate. Ci sono i ritardi, gli scioperi e i supplementi. Ma alla fine non c’è piacere più bello che vedere una mano che ti saluta, da un finestrino abbassato, qualcuno che aspetta il tuo arrivo non vano.
I riti sono oggi vagoni chiamati a portare sempre più significati. Ma spesso finiscono come tolette male attrezzate.
Vagoni su cui  salivano giovani ed adulti erano a scendere. Il dente nuovo che prende il posto di quello da latte. I denti del giudizio, quelli,  su treni più veloci impiegano più tempo di prima.
Riti, smarriti. Persi a pensare a stazioni passate. Le stazioni che indicano la strada intrapresa. Funzionali a coloro che ci vorranno seguire. Ed a quelli che ci vorranno lasciare. Senza destinazioni del resto non c’è una meta, non c’è  dopo. E senza dopo è così difficile raccogliere i cocci del prima. Senza destinazioni, senza tappe nel viaggio si finisce a muoversi confusamente. Agitarsi intorno ad un punto.
Un binario sottrae gradi libertà. E, questa per quanto la si agogni, è dono difficile da vivere completamente. Vuole coraggio e passioni. Tant’è.
Un deserto, una indefinita distesa di sabbia o di ghiaccio sono paesaggi, sono vite dove rimanere in un immobile successione di stati di movimento, di equilibrio indifferente. Ininterrottamente a decidere sempre. Decidere niente.

M.F


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permalink | inviato da aronne il 7/8/2007 alle 15:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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