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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



16 settembre 2010

Vedremo


11 settembre 2009

Per una volta

Per una volta sono daccordo con Prodi.Tuttavia il problema è nei tempi e nei modi. Oggi molte imprese, quelle più grandi, da cui i piccoli laboratori di R&D attendono risorse hanno come priorità pagare gli stipendi. Troppi. Troppo impiegati, troppo terziario che non serve più ma che va ricollocato. Ma dove?
L'articolo sull'intervento di Prodi lo trovate qui


11 novembre 2008

Aggiungi un posto a tavola



Il bello del teatro è che specchia la vita più di quanto la vita si specchi in sé stessa. In un mondo in cui modelli di riferimento ce ne sono sempre meno, il teatro almeno ha il merito di ritrarci come siamo. Di essere qual prisma che ci permette di vedere, senza troppo sforzo, senza cambiare la prospettiva, anche i nostri angoli più nascosti. Rispetto ai quali siamo ciechi.

Il teatro, spesso statico, si muove con la forza delle passioni, di quegli istinti irrefrenabili dell'uomo che sono sanza tempo. E che ci tranquillizano sul fatto che l'umanità progredita, globalizzata, precaria e con l'i-pod non è poi tanto diversa a quella di tantissimi secoli fa. C'è sempre un Tito Andronico ed un Aronne. C'è sempre una Desdemona, un Otello ed uno Jago. Macbeth e la sua Lady. Il bello è brutto e il brutto è bello. Che volete. Fatevi pure un profilo su Facebook, ma anche nella più indolente e superficiale attività di relazione, saranno sempre denaro e sesso a darvi la spinta al click. E ci sarà sempre qualcuno che, subdolamente, conoscendo i vostri sentimenti, la vostra sensibilità, il vostro modo di reagire alle cose, agendo senza agire, vi indurrà a maturare consapevoli e per voi inique scelte. Tragedie piccole e grandi, intime, umane e universali.
F. ha dato le sue dimissioni. I tagli rendono la torta più piccola. E non ci sono alternative. O si fanno fette più piccole o si riducono i commensali. Problema di dividendi e divisori quindi. O di quozienti e resti. Quozienti già. E si sa che nel lavoro, al contrario della vita, non si lasciano i dolci ai più giovani, ghiotti di leccornie. Sono i più grandi, che sono già seduti al tavolo, ad approfittare. Non fanno complimenti. Anzi, sul finale di carriera, fanno anche poco jogging. Sarà perchè temono che lasciare il posto vuoto, beh non si mai... E poi perchè loro hanno già dato. E quindi si continuano a prendere il loro bel pezzo di torta, fanno poco moto, ingrassano e per aiutare la digestione comprano l'i-pod al figlio precario. Non hai la torta, ma vuoi mettere: puoi far vedere il pezzo di torta di papà o di mamma, con il tuo i-pod, a tutti i tuoi amici su Facebook?
E così dicevo F., al contrario di tanti suoi colleghi anagraficamente compatibili, decide di dare le dimissioni, di lasciare una sedia del tavolo imbandito a qualcun altro. Gli altri al tavolo a ridere, ridere. Che ridere. A qualcuno sarà anche venuto in mente di togliere la sedia completamente. Altri, indifferenti, sono lì a giocare con la forchetta. A fare i pezzi della propria torta piccolissimi. Tipico di quando sei pieno e non hai più fame. Bizantinamente costretto, svogliatamente, a portare al termine il tuo pasto superfluo. Così stanno, incuranti di ciò che gli accade intorno.
F. no. Come Macbeth, come Tito è giunto alla decisione alla fine di un travaglio intimo e personalissimo. Che queste righe non meritano di raccontare. In nome di una coerenza che non è di questo mondo ha deciso, rinunciando al priviliegio di un posto di lavoro a tempo indeterminato, di lasciare il proprio posto di lavoro anzi tempo, nella speranza che un giovane possa trovare spazio. Il proprio futuro.
Anche qui, in questa storia un Aronne, uno Jago. Che ha giocato le sue carte. Nella più classica banalità del male, senza un secondo fine. Senza un tornaconto. Solo per il gusto freddo di dismostrare a sé stessi di saper indirizzare il corso di un umano singolarissimo destino. Quello di F.


31 ottobre 2008

la banalità della ricerca

Sulla scuola, l'università e la ricerca. Un'intervista. 


30 ottobre 2008

Giacchè si sciopera



Visto che gli studenti stanno scioperando, nel mentre potrebbero misurarsi in qualche lettura che con lucida ed oggettiva analisi inquadrano il problema. La protesta va bene. Ma bisogna sapere bene di cosa si parla. A quel punto con le frecce nella faretra, si può tendere l'arco.


19 agosto 2008

Premiare il merito

  Come ogni anno, con l’avvicinarsi dell’inizio delle lezioni e del nuovo anno scolastico, si riparla di scuola. Si parla di scuola, di programmi, di metodi di insegnamento, di merito, di valutazione, di criteri, parametri, precari, modelli, risorse ecc. ecc. Il glossario della scuola necessita una scuola a sé. Molti presidi hanno deciso di utilizzare parte delle risorse economiche, quelle che l’autonomia gestionale gli mette a disposizione, per  premiare gli studenti meritevoli. Un centinaio di Euro a chi ha la media dell’otto. Un gruzzoletto che va poi speso per l’acquisto di biglietti di teatro, libri, attività culturali, ricreative e sportive in genere. Bene.

Il secchione insomma, a Settembre, viene ripagato mentre il rimandato è vessato dall’esame di riparazione.  Per un anno chi studia è dileggiato, sfottuto, additato durante gli scioperi. Quelli a  cui, tipicamente, non partecipa. Poi, a Settembre, può mettersi di fronte all’ingresso della scuola e consumare, fredda, la vendetta contro i suoi acerrimi detrattori. Lì al cancello, sventolando l’assegno in faccia a coloro che hanno appena finito di tribolare tra le insidie delle prove di riparazione.

E lo stesso vale per le famiglie, rispettive, di appartenenza. Me le vedo. Da una parte, la famiglia dello studente modello e secchione. Povero. Orfano del padre operaio morto in fabbrica in un tragico lunedì notte. Durante il terzo turno all’altoforno. La famiglia che stringe la cinghia per mantenerlo agli studi. Per l’acquisto dei libri. E che, adesso, gode della flebile boccata di respiro. Dall’altra, le famiglie dei Lucignolo. Ricche, ovviamente. Come vorrebbe il solito servizio del Tg3. Famiglie di professionisti, industriali, imprenditori, commercianti. Il solito spaccato italiano, di provincia. E se vogliamo esagerare animando romanzescamente il tutto, beh potremmo immaginare che il padre dello studente modello è morto nella fabbrica di proprietà del padre di uno dei suoi compagni di classe poco studiosi e rimandato in quattro materie a Giugno. Bellissimo.

Oppure il caso in cui, a Settembre, a ritirare i cento Euro dell’assegno, trovi entrambi, il povero ragazzo modello e secchione con il suo detrattore rimandato del quale è stato premiato ugualmente, ma non egualmente, lo sforzo. Fantastico.

Potremmo animare i nostri personaggi in mille modi. Intrecciando storie, canovacci, paradossalmente all’infinito, da farne un canestro di vimini.

Che tanto il merito è faccenda soggettiva. Fatta per essere ingiusta e diseguale. Per incentivare comportamenti distorti. Per creare divisioni. Esclusioni. O per trasformarsi nel peggior  normalizzatore.

Ci si arrovella a gestire, a condurre, impostare, pianificare, programmare. Infiniti verbi che durano indicativamente un momento appena presente senza essere mai futuro. Vociferati con il piglio di chi li vorrebbe imperativi. Tirati in ballo, a volte, con perifrastiche passive. Finendo poi, infine, merce per strutture ipotetiche. Del terzo tipo.

Quello che sfugge a chi gestisce la scuola è che, al netto dei programmi, delle indicazioni, della linee di guida di massima, quello che conta è l’interpretazione della sceneggiatura da parte dei protagonisti. Alunni ed insegnanti. Sono loro a giocarsi la partita. Discenti e docenti. E’ la loro passione, la loro responsabilità, voglia, tenacia, intelligenza, creatività ad animare le righe dei programmi, i planisferi politici, le aule spesso spoglie della scuola italiana.  Sono loro i protagonisti della storia e lo sono come personaggi pirandellianamente vivi anche fuori dalle aule e dal contesto ufficiale in cui il trasferimento del sapere e dell’educazione deve, quasi liturgicamente, compiersi.

A volte si apprende, si fa esperienza in una gita, in un pomeriggio con un amico, in una chiacchierata con il nonno. la scuola è lì sullo sfondo. A fornire un alveo in cui muoversi, delle orme sulle quali trovare il cammino. Un muro, stimolo per chi vuole guardare oltre. Per chi non si accontenta. Un riparo per chi rischia di scivolare indietro.

Quello che fa male alla scuola è l’ottica, quella sempre più diffusa e generalizzata, manageriale. Quella figlia del primato della economia sulla politica e sull’amministrazione della cosa pubblica. Quella che ha introdotto il lessico di altri terribili infiniti: efficientare, razionalizzare, incentivare. Come se tutto, proprio tutto fosse risorsa economica. Come se tutti, proprio tutti, fossimo degli operatori economici razionali. Dove le risorse vanno meglio allocate e gli operatori economici razionali incentivati. Ineluttabilmente. Ineludibilmente.  

In una società che è schiava dei consumi, che vede solo clienti e consumatori laddove invece ci sono solo cittadini, ogni proclama sembra più una trovata commerciale. Di marketing. E così ci sembra anche dire “Premiare il merito”. Uno slogan commerciale, che peraltro esiste già. Quello del celebre appretto. Per stirare i colletti bianchi della nuova mentedopera che, ogni anno, in grandi quantità, sforna la scuola italiana.


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permalink | inviato da aronne il 19/8/2008 alle 21:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


28 luglio 2008

U LANZATURI



Dito medio e urla. Urla: "basta con questi insegnanti meridionali che insegnano ai nostri figli. Qui in Padania!"
Urla, urla. Lui, l'Umberto è un grande comunicatore. Sa che deve fare così per infiammare i suoi. I suoi, già, quelli del Carroccio. I più radicali. Bene.
Lo so, niente di nuovo sotto l'ombrellone della politica italiana. Ma una cosa te la devo dire senatur. Sotto l'ombrellone non cambierà nulla, ma sul mare, sullo Stretto, da lì da dove voi del Nord dovete pur passare se volete entrare in Sicilia, sappi che ti aspettiamo. Una feluca ti aspetta senatur. A te e a quel brocco di tuo figlio che scuola, pare, non ne vuole "mancu i calata". Una feluca con l'uomo sopra di vedetta.
Non hanno un posto dove passare l'inverno le feluche, ché la caccia al pesce spada non rende come un tempo. Niente infrastrutture, niente ricambio generazionale. Per una tradizione tra le più tipiche dello Stretto. Una delle pesche più eque. Ad armi pari l'uomo e la natura. Dove conta solo l'ingegno e la destrezza.
Tra qualche anno le feluche e i suoi equipaggi rischiano l'estinzione. I giovani marinai delle feluche devono puntare sullo studio. Ed andare, se sono fortunati, a fare gli insegnanti al Nord. Cazzo.
Senatur ma che pensi, pensi che sia un piacere fare gli insegnanti ai Boatto, Bautasso, Poato, Zonin, Brusin e tanti altri.
Pensi che sia un piacere alzarsi al mattino a Vimercate, o a Sguallarate di Briandate. Ma bafanculo senatur a te e tutti i padani come te. Vieni senatur che l'uomo a prua ti aspetta. Ti prenderà come nu pisci spada.

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