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ARONNE: "quando ti pisci addosso rimani al caldo solo per un po' "
  



11 novembre 2008

Aggiungi un posto a tavola



Il bello del teatro è che specchia la vita più di quanto la vita si specchi in sé stessa. In un mondo in cui modelli di riferimento ce ne sono sempre meno, il teatro almeno ha il merito di ritrarci come siamo. Di essere qual prisma che ci permette di vedere, senza troppo sforzo, senza cambiare la prospettiva, anche i nostri angoli più nascosti. Rispetto ai quali siamo ciechi.

Il teatro, spesso statico, si muove con la forza delle passioni, di quegli istinti irrefrenabili dell'uomo che sono sanza tempo. E che ci tranquillizano sul fatto che l'umanità progredita, globalizzata, precaria e con l'i-pod non è poi tanto diversa a quella di tantissimi secoli fa. C'è sempre un Tito Andronico ed un Aronne. C'è sempre una Desdemona, un Otello ed uno Jago. Macbeth e la sua Lady. Il bello è brutto e il brutto è bello. Che volete. Fatevi pure un profilo su Facebook, ma anche nella più indolente e superficiale attività di relazione, saranno sempre denaro e sesso a darvi la spinta al click. E ci sarà sempre qualcuno che, subdolamente, conoscendo i vostri sentimenti, la vostra sensibilità, il vostro modo di reagire alle cose, agendo senza agire, vi indurrà a maturare consapevoli e per voi inique scelte. Tragedie piccole e grandi, intime, umane e universali.
F. ha dato le sue dimissioni. I tagli rendono la torta più piccola. E non ci sono alternative. O si fanno fette più piccole o si riducono i commensali. Problema di dividendi e divisori quindi. O di quozienti e resti. Quozienti già. E si sa che nel lavoro, al contrario della vita, non si lasciano i dolci ai più giovani, ghiotti di leccornie. Sono i più grandi, che sono già seduti al tavolo, ad approfittare. Non fanno complimenti. Anzi, sul finale di carriera, fanno anche poco jogging. Sarà perchè temono che lasciare il posto vuoto, beh non si mai... E poi perchè loro hanno già dato. E quindi si continuano a prendere il loro bel pezzo di torta, fanno poco moto, ingrassano e per aiutare la digestione comprano l'i-pod al figlio precario. Non hai la torta, ma vuoi mettere: puoi far vedere il pezzo di torta di papà o di mamma, con il tuo i-pod, a tutti i tuoi amici su Facebook?
E così dicevo F., al contrario di tanti suoi colleghi anagraficamente compatibili, decide di dare le dimissioni, di lasciare una sedia del tavolo imbandito a qualcun altro. Gli altri al tavolo a ridere, ridere. Che ridere. A qualcuno sarà anche venuto in mente di togliere la sedia completamente. Altri, indifferenti, sono lì a giocare con la forchetta. A fare i pezzi della propria torta piccolissimi. Tipico di quando sei pieno e non hai più fame. Bizantinamente costretto, svogliatamente, a portare al termine il tuo pasto superfluo. Così stanno, incuranti di ciò che gli accade intorno.
F. no. Come Macbeth, come Tito è giunto alla decisione alla fine di un travaglio intimo e personalissimo. Che queste righe non meritano di raccontare. In nome di una coerenza che non è di questo mondo ha deciso, rinunciando al priviliegio di un posto di lavoro a tempo indeterminato, di lasciare il proprio posto di lavoro anzi tempo, nella speranza che un giovane possa trovare spazio. Il proprio futuro.
Anche qui, in questa storia un Aronne, uno Jago. Che ha giocato le sue carte. Nella più classica banalità del male, senza un secondo fine. Senza un tornaconto. Solo per il gusto freddo di dismostrare a sé stessi di saper indirizzare il corso di un umano singolarissimo destino. Quello di F.

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