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6 febbraio 2007

Cazzo si son fatti le pompe....


Scendo e monto. E’ notte, la notte. Il cardinale Severino Poletto sostiene che le “Notti Bianche siano perniciose, siano pericolose per la morale, per l’alveo sano in cui deve scorrere il fluire evangelico della vita degli individui, dei giovani soprattutto.
Le notti bianche per me sono le notti con la nebbia. Notti rese buie dal bianco. Il paradosso che si consuma cromaticamente, il bianco del candore che si trasforma in specchio, in una nuvola di cotone rifrangente, riverberante, inutilmente chiara  per l’ora e sinistramente scura per chi guida.
Scendo e monto. La notte è per i lupi. Specie se solitari. I lupi vanno in branco tipicamente. I fari, del lupo, sono gli occhi cerulei, i quattro cerchi lì davanti sulla mascherina del radiatore, sono i suoi denti d’argento. Si parte. L’accensione, innesti la prima, segue l’ululato che risuona nel cortile. La prua indirizzata verso  l’autostrada.
La rampa sale lì, dopo la rotonda Maroncelli, a sinistra la collina di Moncalieri, dominata dal Castello, dall’altra parte l’AEM, la municipalizzata del gas. Dalle ciminiere una splendida colonna di gas.  La strada sale, le insegne verdi sanciscono la fine della strada e l’inizio dell’autostrada. Scali marcia, dalla quinta in quarta, dietro di te lo sbuffo del gasolio, il borbottio, evidenziato dai fari di chi ti segue, con cui saluti la città che indietreggia nascondendosi dietro la collina descritta dal moto relativo. Tutto normale, le luci della città via via scompaiono. Rimane in lontananza una chiazza indistinguibile sullo specchietto retrovisore. E’ il riverbero dell’illuminazione sulla buccia di smog nascosto parzialmente dalla nebbia. E’ paesaggio bucolico-industriale. I polmoni, le vie aeree ringraziano. Meglio non fumare, meglio avvelenarsi senza piacere. Facciamo felici il cardinale.

Fine dell’incipit.

Vi starete chiedendo. Ma dove vuole andare a parare. Ci racconta di come parte, questo blog sta diventando una sorta di elegiaco quattroruote. Giusto. Bene. Bravi. Aspettate cazzo! Sono appena arrivato. Il polpastrello mi si inceppa sulla tastiera. L’indice e l’anulare hanno ancora l’impugnatura del volante. Qui ci vuole una mano da pianista, non da guidatore.
Fine della scuse, adesso accendo veramente i motori, non temete arrivo al sodo.

Scendo e monto ma il lupo è affamato. La metafora diventa insistente ma promette bene. Lo sciopero dei benzinai, ecco l’ho detto, giù il sipario. Il lupo è affamato ma non riesco a trovare dove saziarne la famelica ingordigia. I distributori, le pompe nei pressi della mia dimora sono esauriti. Già. Come la Mosca del 17’, come la Milano della peste. Eccoci. Allo specchio. E’ proprio così Camus aveva ragione. Quando il male, la tragedia, il dramma, l’epidemia si sta insinuando, si sta avvicinando subdolamente, ecco che l’uomo non si cura. Non ci pone attenzione. Rimane attonito, strafottente, pigro e insulsamente calmo. E’ come il marinaio nell’occhio del ciclone. La quiete cui vuole credere, di cui si fa forte. Ma chi ha studiato sa che basta guardare il barometro ed accorgersi che il vento scende ma la pressione monta. Ecco che tornano “Scendo” e “monto”.  Segno che dallo sguardo di quell’occhio (del ciclone) non si sarà più abbandonati. Segno che quella lacrima inonderà il destino del naufrago. Irreparabilmente.
Ma quando invece è allarmismo ingiustificato, quando invece è esasperazione mediatica. Quando invece ci troviamo di fronte ad una mancanza di uso rettale del tubo catodico. Ecco allora l’uomo risponde alla sua maniera. All’assalto. Orde di guidatori domenicali a far man bassa di gasolio, di benzina, di nettare di petrolio e dei suoi derivati. In dieci, venti macchine alle stazioni di servizio. Tutto per due giorni, e neanche,  di sciopero. Vettovaglie per tutta la famiglia. Via nel rifugio antiatomico proletario. In barba allo sciopero. In barba alla protesta. Anzi andrò al lavoro in auto piuttosto che in autobus. 


Lo sciopero
Giusto due parole. Lo so è stata dura arrivare sin qua. Giusto per dire che il settore, quello petrolifero è settore di ladri. Si ladri. Ladri gli Arabi e tutti i produttori, caini figli di Allah e di tutti gli altri monoteisti. Ladre le compagnie. Le sette sorelle, delle gran m*******.  Ladri i trasportatori del nettare d’oro nero. Ogni anno di trasporto di autobotti frutta ai Lupin superarticolati un’autobotte omaggio, di sgamo. Ladri i distributori che ruberanno poco, ma rubarono quanto poterono. Insomma lo sciopero è un diritto. Ma questo è un settore alla rovescia.




permalink | inviato da il 6/2/2007 alle 2:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
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